Un esempio di propaganda in materia penale: la legittima difesa incostituzionale

Un esempio di propaganda in materia penale: la legittima difesa incostituzionale


Mercoledì 6 marzo 2019 la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge A.C. 1309 e abb. -A, volta a modificare la disciplina della legittima difesa contenuta all’interno del codice penale: ora la palla passa al Senato, il quale è chiamato ad approvare il medesimo testo, in modo da consacrarne definitivamente il rango legislativo.

Come da più parti è stato messo in evidenza, l’innovazione appare per certi versi totalmente superflua e meramente propagandistica, per altri si pone pericolosamente in frizione con fondamentali principi costituzionali e sovrannazionali.

Un quesito tuttavia interessa tecnici e profani: quali saranno le effettive ricadute pratiche della novella?

La legittima difesa nel codice penale.

Attualmente, la legittima difesa è disciplinata all’interno dell’art. 52 del codice penale ove si prevede che non sia punibile “chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.

L’istituto risponde essenzialmente all’esigenza di consentire al cittadino la possibilità di difendersi privatamente dal pericolo di un’offesa in via “sussidiaria”, ovvero nelle ipotesi in cui lo Stato, con il suo apparato preventivo e repressivo, non abbia la possibilità di intervenire.

Sotto il profilo dogmatico si tratta di una “causa di giustificazione”: in presenza dei presupposti indicati dalla norma, la reazione difensiva è considerata lecita non solo in ambito penale ma in ogni altro settore dell’ordinamento – escludendo così che l’aggredito si possa trovare a dover risarcire il danno subito dall’aggressore. In parole povere, la reazione difensiva è considerata totalmente lecita.

Tale risultato, tuttavia, non si verifica sempre e comunque quando taluno si difenda da una aggressione, ma solo ove la situazione aggressiva e la corrispondente reazione difensiva abbiano quelle particolari connotazioni tipizzate dalla legge.

Quanto all’aggressione, essa deve esser tale da determinare il “pericolo attuale di un’offesa ingiusta”, vale a dire l’elevata probabilità che, in assenza di reazione dell’aggredito, si verifichi nell’immediato una lesione dei diritti di costui.

La reazione difensiva si caratterizza invece per i requisiti della costrizione, posto che la stessa deve rappresentare l’unica alternativa in capo all’offeso, della necessità, dovendo rappresentare la soluzione meno dannosa, e della proporzione tra difesa e offesa.

Tale ultimo requisito impone al giudice una particolare valutazione comparativa della situazione concreta, posto che egli è chiamato a valutare: la rilevanza dei diritti in gioco (ad esempio: se taluno mi diffama, offendendo la mia reputazione, non è proporzionato che io ne leda l’incolumità fisica riempendolo di botte), i mezzi difensivi a disposizione dell’offeso (se un anziano decrepito che a stento deambula minaccia di colpirmi con il suo bastone in una situazione che non mi consente di fuggire, non sarà proporzionato sparargli con un’arma da fuoco), l’intensità del pericolo (è chiaro che se al posto dell’anziano collochiamo un brutto ceffo col fisico da peso massimo della boxe, anche il pericolo che può concretizzarsi dall’uso del bastone aumenta di intensità).

Cosa accade se la difesa non è proporzionata?

Allo stato attuale, nell’ipotesi in cui l’aggredito si trovi a doversi difendere da una aggressione realmente sussistente e, nel fare questo, cagioni un’offesa sproporzionata in ragione dell’incapacità di controllare la propria reazione o perché ritenga consentito cagionare all’aggressore un danno maggiore di quanto strettamente necessario, trova applicazione la disciplina dell’eccesso colposo di cui all’art. 55 c.p.: in virtù di tale previsione, egli sarà chiamato a rispondere dell’offesa colposamente cagionata, ove quanto da lui realizzato corrisponda ad un delitto colposo. Ad esempio: Tizio trova Caio che ruba in casa sua. Caio è disarmato e, vistosi scoperto, tenta di sferrare un pugno a Tizio il quale, per difendersi, gli spara un colpo di pistola alla testa, uccidendolo all’istante. In questo caso Tizio potrebbe rispondere di omicidio colposo per aver colposamente superato i limiti imposti dalla necessità.

E’ questa l’ipotesi che suscita più scalpore nel dibattito pubblico in quanto si ritiene che difficilmente un soggetto, sotto shock a causa dell’aggressione, possa avere la lucidità e determinazione di ponderare la propria reazione difensiva nei limiti imposti dall’art. 52 c.p. ed evitare dunque il rischio di esser chiamato a rispondere di lesioni o omicidio colposo. Non a caso, come diremo, una delle modifiche più controverse incide proprio sull’art. 55 c.p.

La legittima difesa domiciliare.

Con l’intento dichiarato di evitare tale situazione nelle ipotesi in cui l’aggressione avvenga nel domicilio privato o “ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale” il legislatore del 2006 ha previsto che, in presenza di particolari ulteriori requisiti quale il trovarsi legittimamente in tale luogo ed utilizzare un’arma legittimamente detenuta, “sussiste il rapporto di proporzione”. Queste disposizioni sono state introdotte nell’art. 52, commi 2 e 3, c.p. ribattezzati “legittima difesa domiciliare”.

Si voleva in questo modo neutralizzare la valutazione del giudice in punto di proporzione, confinandola sul piano dell’irrilevanza e sancendone legislativamente la sussistenza in presenza dei requisiti stabiliti dal legislatore.

Tuttavia, la giurisprudenza della Cassazione ha immediatamente ridimensionato la potenziale portata innovativa di tale disposizione, precisando la valenza relativa della presunzione introdotta dal legislatore e il fatto che essa non legittimi affatto una indiscriminata reazione nei confronti del soggetto aggressore. Invero, poiché nel sistema di giustizia penale sono implicati i beni della vita più importanti per un individuo (libertà, incolumità fisica, diritto alla vita, etc.), la giurisprudenza – anche costituzionale – ha sempre escluso la possibilità che il legislatore regolasse i rapporti in base a presunzioni che impediscano al giudice di fare un bilanciamento dei diversi interessi in gioco nel caso concreto. E questo è accaduto in molti ambiti normativi, non solo in quello della legittima difesa.

Marzo 2019: la difesa diventa «sempre» legittima?

Come anticipato, il Parlamento si appresta ad apportare una nuova modifica all’art. 52 c.p.  la quale interverrà su più fronti:

–       Viene modificata la legittima difesa domiciliare, specificando che nelle date ipotesi sussiste «sempre» il rapporto di proporzione;
–       si aggiunge un ulteriore comma secondo cui «nei casi di cui al secondo e al terzo comma [aggressione in ambito domiciliare, n.d.r.] agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone»;

–       si prevede che, nei casi di legittima difesa domiciliare, la «punibilità è esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità» ha agito in condizioni di minorata difesa ovvero «in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto»

Le modifiche appena richiamate suscitano parecchie perplessità:

1 –   L’inserimento dell’avverbio «sempre», il quale vorrebbe impedire al giudice di valutare ogni possibile sproporzione nell’ipotesi di legittima difesa domiciliare, da un lato, dal punto di vista tecnico normativo non porta alcuna novità di rilievo (il lessico legislativo ha regole sue proprie differenti da quelle del lessico comune. Ad esempio, il tempo verbale indicativo usato nel 2006 dal legislatore nella disposizione in parola, è da intendersi in realtà un imperativo al giudice, che non può essere certo rafforzato dall’avverbio sempre).

Infatti, il giudice non sarà affatto esonerato dal procedere alla valutazione degli altri elementi indicati nell’art. 52, comma 2, c.p. né quelli generali di cui all’art. 52 c.p. Pertanto, essendo comunque richiesti i requisiti di attualità del pericolo e di necessità della difesa, è prevedibile che dentro quest’ultimo parametro la giurisprudenza farà rientrare anche una valutazione di proporzionalità, posto che non può certo ritenersi necessaria una difesa palesemente sproporzionata (il vecchietto decrepito trova aperta la porta di casa mia, vi accede con l’intento di picchiare mio figlio perché col pallone gli ha danneggiato i fiori: posso io legittimamente sparargli un colpo di pistola in testa?).

Se così non fosse, e l’avverbio sempre escludesse ogni potere valutativo del giudice, sorgerebbero seri dubbi di legittimità costituzionale della norma. Ciò perché, come detto, la legittima difesa ha un carattere “sussidiario” e deve pertanto muoversi nell’alveo di una sorta di “delega” data al privato dal legislatore, il quale non può certo attribuirgli uno sconfinato potere di reazione   perché ciò si porrebbe in contrasto con superiori principi di carattere nazionale e sovrannazionale, quale il diritto alla vita, tutelato espressamente dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

2 –  Consapevole di tali possibili esiti, il legislatore con la nuova legge vorrebbe introdurre un comma 4 all art. 52 c.p., mediante il quale modifica la stessa struttura della legittima difesa nella ipotesi di «intrusione» posta in essere «con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone».

In questo modo si cerca di svincolare l’istituto dai parametri tradizionali e, in particolare, da quello della necessità del difendersi. Come ben si comprende, una difesa che non è né proporzionata né necessaria altro non è se non un’offesa: tale previsione stravolge infatti la legittima difesa, la quale da reazione necessitata diventa uno strumento di prevenzione o, peggio ancora di rappresaglia, totalmente scollegato dai caratteri oggettivi  dell’aggressione, la quale ben potrebbe mancare di quei connotati richiesti per giustificare la privata difesa, posto che la violenza deve accompagnare la sola introduzione nel domicilio ma non l’azione successiva. Anche qui, è evidente la totale irragionevolezza della previsione e il suo contrasto con i principi costituzionali e sovrannazionali richiamati.

Avendo ben chiaro che anche il comma 4 dell’art. 52 si espone a future censure di costituzionalità, il legislatore prevede allora l’introduzione di un comma secondo all’art. 55 in tema di eccesso colposo, volto a coprire le ipotesi in cui l’aggredito agisca in stato di minorata difesa o di grave turbamento generato dall’aggressione.

Tale norma, nell’impianto che verrebbe a crearsi, appare totalmente inutile: se in quelle date situazioni l’aggredito agisce già in stato di legittima difesa, che senso ha prevederne una ulteriore «non punibilità»? Probabilmente l’intento del legislatore (perseguito con deprecabile tecnica normativa) è quello di escludere che in quelle ipotesi non possano applicarsi neppure le pene previste per il delitto colposo. Si pensi all’esempio fatto sopra: Tizio con la propria pistola spara e uccide il ladro Caio che tentava di aggredirlo a mani nude. Stando alla lettera della legge, se Tizio dimostrerà di aver agito in preda ad un grave turbamento psicologico (e non potrà che provarlo nel corso di un procedimento penale, ovviamente, quindi sarà sicuramente indagato), non sarà punibile anche se risulterà provato che egli abbia agito colposamente!

Sul concetto di “grave turbamento” nella sistematica del diritto penale.

Nel nostro ordinamento penale un soggetto può essere punito (e quindi rimproverato) se il reato commesso è stato da lui voluto o quanto meno cagionato con colpa. Se il soggetto agente non ha voluto il fatto o non lo ha determinato per imprudenza, imperizia o negligenza, non merita di essere punito. Ma, andando ancor di più alla radice della rimproverabilità, perché un fatto possa essere attribuito ad una persona non basta che quella abbia materialmente compiuto l’azione prevista dalla legge incriminatrice (ad esempio, Tizio sottrae a Caio una cosa di proprietà del secondo, elemento materiale del furto): è altresì necessario che a quella persona il fatto possa essere attribuito in senso psicologico, ossia che fosse capace di intendere e di volere al momento dell’azione. Ciò significa che se Tizio ha un disturbo psichiatrico che lo rende cleptomane ed incapace di dominare determinati impulsi, non può essere rimproverato per il furto commesso (se Tizio si dimostrerà socialmente pericoloso gli verrà applicata una misura di sicurezza, ma non un pena).

Tradizionalmente i vizi di mente che possono escludere o ridurre la capacità di intendere e di volere sono stati considerati quelli di natura psichiatrica. Tuttavia nell’ultimo decennio la giurisprudenza ha ammesso che anche i disturbi della personalità (oggetto di studio della psicologia) possano rientrare nel concetto di “infermità”, a condizione che siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente. Ora, il turbamento di un attimo – pur umanamente comprensibile – non rientra certo tra i disturbi sopra descritti, ragione per la quale la novità legislativa finisce col porsi in netta distonia rispetto alle regole generali sull’imputabilità e rischia di essere foriera di diseguaglianze. Proviamo a comparare due situazioni: quella sopra descritta di Tizio che uccide il ladro Caio e quella di Sempronio che vede il proprio figliolo Sempronietto investito mortalmente sulle strisce pedonali da Mevio, che conduce ubriaco la propria auto a velocità elevatissima. Se Sempronio, in preda allo shock emotivo, uccidesse lì per lì Mevio, egli risponderebbe di omicidio volontario, perché nel caso specifico il grave turbamento non è causa di esclusione della punibilità.

E’ chiaro allora, come da tempo denunciato in diversi comunicati dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, come le modifiche introdotte non siano altro che pericolosa propaganda, fatta sulla pelle dei cittadini.

Non è infatti possibile evitare che il soggetto aggredito, il quale a sua volta abbia cagionato un’offesa nel difendersi, venga sottoposto a procedimento. A richiederlo è un’esigenza di eguaglianza, oltre che il principio costituzionale posto dall’art. 112 Cost. il quale pone in capo al pubblico ministero l’obbligo di  avviare delle indagini di fronte di certi presupposti, quali possono essere la morte violenta di un uomo o le lesioni cagionate ad una persona.

Unica nota positiva, ma pur essa generatrice di diseguaglianze, è riscontrabile nell’introduzione di un nuovo art. 115 bis al d.p.r. 115/2002 mediante il quale il soggetto aggredito e poi prosciolto per aver agito in stato di legittima difesa viene dispensato dalle spese necessarie per difendersi nel giudizio. Se è vero che le situazioni in cui la difesa è legittima sono volte a sopperire a una mancata protezione da parte dell’apparato statuale, è infatti irragionevole lasciare che la vittima di un’aggressione debba sobbarcarsi l’ulteriore sofferenza dei costi di un processo penale.

Ciò però ripropone il problema sollevato da una delle battaglie storiche dell’Unione Camere Penali Italiane: perché un imputato tratto erroneamente a processo, e assolto con formula piena, non dovrebbe avere il medesimo diritto? Perché egli deve sobbarcarsi il peso economico dell’errore di un organo dello Stato?


Avv. Mauro Trogu, Avv. Simone Angei

Per info o suggerimenti scrivici su redazione@arrexini.it
oppure lasciaci un commento

Arrexini2

Lascia un commento

Seguici sui nostri canali social