Studenti senza copertura

Studenti senza copertura


Il COVID-19 ha “chiuso in casa” l’87% degli studenti mondiali. In Italia, circa 11 milioni di studenti (dalla scuola materna all’università) dal 5 marzo hanno visto chiudere gli istituti a tempo indefinito.

Degli 8,3 milioni di studenti delle scuole, circa l’80% è stato raggiunto da attività di didattica a distanza. Sono infatti solo il 67% le scuole che l’hanno attivata. Ma le domande che sorgono spontanee sono: perché non tutte le scuole hanno attivato la didattica a distanza? Sono stati raggiunti tutti gli studenti delle scuole che invece sono riuscite ad attivarla? 

I problemi emersi

La didattica ha provato a non fermarsi e sono stati attivati svariate piattaforme e strumenti alternativi alle lezioni frontali, ma le difficoltà sono molteplici. Per poter implementare questi metodi di insegnamento alternativi, sono necessari una serie di strumenti e di conoscenze informatiche, sia da parte dei docenti, sia da parte degli studenti. Allo stesso tempo, è necessario che gli studenti, soprattutto i più piccoli, vengano supportati dalle loro famiglie. 

E’ evidente, quindi, la presenza di problemi strutturali legati ad entrambe le parti. 

L’indice composito DESI 2019 (Digital Economy and Society Index), che descrive le performance digitali e la competitività digitale degli stati, pone l’Italia tra gli ultimi cinque paesi europei “digitalizzati”, fanno peggio di noi solo Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria. Gli indicatori sintetizzati i da questo indice riflettono 1) la qualità e l’accesso alle infrastrutture per la connettività; 2) il livello di competenze informatiche degli utilizzatori di internet; 3) le tipologie di servizi utilizzate dai cittadini; 4) l’integrazione delle tecnologie digitali nel business e nel commercio; 5) la digitalizzazione della PA. 

Non sono quindi sorprendenti né il ritardo di attivazione di alcune scuole, né le difficoltà che gli studenti e i docenti affrontano. La situazione di partenza, ossia pre-crisi, probabilmente già presentava gravi eterogeneità in termini di digitalizzazione, sia in termini di competenze che in termini di carenze di strumenti da parte degli istituti e degli studenti. 

Le problematiche legate agli studenti sollevano, inoltre, un altro problema che la scuola già si portava dietro. Le diseguaglianze infatti non esistono solo in termini di digitalizzazione. Ma sono presenti anche in termini puramente economici, ed in questo caso significano restringere le possibilità di formazione degli studenti, soprattutto dei più piccoli. 

In Italia la povertà minorile è uno degli ostacoli principali alla mobilità sociale, e i dati Eurostat (2018) ci dicono anche che i minori italiani stanno peggio della media europea: il 30,6% è a rischio povertà o esclusione sociale. La povertà minorile è un concetto multidimensionale che include l’istruzione, il tempo libero, il vestiario, il cibo, la salute e le condizione abitative. Ad esempio, ai minori che vivono in condizioni di povertà sono associate problematiche legate allo sviluppo delle capacità cognitive e relazionali, che si traducono prima in sostanziali differenze di competenze fondamentali nello studio durante l’adolescenza (competenze alfanumeriche), e differenze in abilità professionali poi. Alla povertà minorile spesso si associano la diseguaglianza di opportunità e la povertà educativa. Quest’ultima viene definita come quella condizione che toglie ad un minore il suo diritto all’apprendimento in senso lato, ossia è privato di tutte quelle opportunità culturali ed educative necessarie per la sua formazione. Dunque, vivere in condizione di povertà educativa, per un bambino, implica il non avere la stessa opportunità  di formarsi rispetto ad un suo coetaneo. 

I diversi gradi d’implementazione della didattica a distanza – dal lato dello studente – rispecchiano probabilmente parte delle difficoltà presenti già prima della crisi. Allo stesso tempo, queste differenze, se non opportunamente colmate, potrebbero far esplodere le diseguaglianze di apprendimento già presenti, continuando ad alimentare una formazione di serie A e di serie B. Tutti i bambini e i ragazzi che in questo momento non sono coinvolti nelle attività scolastiche sono posti in una condizione di vulnerabilità nella sfera dell’apprendimento, che potrebbe avere delle conseguenze in termini di competenze e abbandono scolastico. Per questo è fondamentale che il numero di studenti che non sono coinvolti nelle attività a distanza venga al più presto ridotto. 

La risposta alla crisi 

Le misure d’emergenza del governo, ad ogni modo, sembrano andare nella direzione giusta. 

Il 26 marzo 2020, la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha firmato il D.M. per distribuire nelle scuole i fondi straordinari a contrasto dell’emergenza, attuando il D.L. 18/2020 entrato in vigore il 17 marzo. Il decreto “Cura Italia”, infatti, introduce le prime misure di politica fiscale d’emergenza atte a contenere i danni della pandemia. Tra le altre, vi sono anche quelle a supporto della didattica a distanza, per un totale di 85 milioni. Questi sono così suddivisi: 

  • 10 milioni potranno essere utilizzati per favorire l’utilizzo delle piattaforme e-learning e per dotarsi e/o potenziare gli strumenti digitali necessari per l’apprendimento a distanza; 
  • 70 milioni saranno destinati ai dispositivi digitali da fornire in comodato d’uso gratuito agli studenti meno abbienti (di cui il 30% sarà distribuito sulla base del numero di studenti per istituto e il 70% seguendo l’indicatore OCSE ESCS);
  • 5 milioni per la formazione del personale scolastico;

In aggiunta, in un ulteriore provvedimento, 43,5 milioni per le pulizie straordinarie e l’acquisto di prodotti igienizzanti, mille assistenti tecnici informatici per le istituzioni didattiche del primo ciclo e 2 milioni in più nel Fondo per le emergenze educative del MIUR. 

Queste misure ci dovrebbero dare dei segnali positivi. Infatti, la suddivisione delle misure sembra centrare i problemi dell’implementazione da parte delle scuole, e dal lato degli studenti la quota più sostanziosa di queste misure viene somministrata secondo l’indice ESCS – l’Economic, Social and Cultural Status –  che definisce lo status sociale, economico e culturale delle famiglie degli studenti. Questo indice si compone di tre indicatori che descrivono lo status occupazionale dei genitori, il loro livello di istruzione e il benessere economico-culturale dello studente. Ciò vuol dire che le misure saranno idealmente più sostanziose per quegli studenti che già si trovavano in una condizione di vulnerabilità. 

Cosa possiamo imparare?

La crisi che stiamo vivendo continua a mettere a nudo  le nostre vulnerabilità. E’ importante, in questa fase, che tutti coloro che lavorano nella scuola, e in generale nel settore della formazione di capitale umano, mettano davvero tutto quello che possono per non lasciare nessuno indietro. 


Nella fase successiva, quella in cui ripartiremo, sarà importante creare  riforme strutturali mirate all’adeguamento della digitalizzazione (tra le altre….), da una parte, e dall’altra ad una maggiore inclusione degli studenti che fino a questa crisi – paradossalmente – non avevano accesso a tutti quegli strumenti digitali basilari necessari alla loro formazione.




https://scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2020-03-26/didattica-digitale-raggiunti-67-milioni-studenti-sugli-83-milioni-complessivi-164052.php?uuid=ADex49F

https://en.unesco.org/themes/education-emergencies/coronavirus-school-closures

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2018-0476/QEF_476_18.pdf

https://www.cesifo.org/DocDL/CESifo-Forum-2018-2-hufe-peichl-inequality-june.pdf

https://www.ilsole24ore.com/art/aumenta-rischio-concreto-poverta-ADGTupF?utm_term=Autofeed&utm_medium=FBSole24Ore&utm_source=Facebook#Echobox=1585257770

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