Sovrani senza sovranità: perché il sovranismo in salsa italiana non risolverebbe i problemi del Paese

Sovrani senza sovranità: perché il sovranismo in salsa italiana non risolverebbe i problemi del Paese

Il presidente della BCE Mario Draghi ha ricevuto una laurea ad honorem in giurisprudenza a Bologna. In quest’occasione ha deciso di commentare il vento anti-europeo e, specialmente, anti-euro che soffia forte con direzioni che si alternano tra l’oriente Putiniano e l’occidente Trumpiano.

Il suo intervento è stato ripreso da diverse testate tra cui AGI. In questo articolo cercherò, semplificando i concetti, di tradurre i tratti salienti del discorso del “neo-laureato” in un italiano comprensibile anche a chi non parla bancacentralese (compresi noi!).

In prima battuta, il governatore della BCE chiarisce quale sarà il filo generale del suo discorso:

Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“. In questo caso abbiamo già un elemento interessante: la differenza tra indipendenza e sovranità. Secondo Draghi, infatti, “la vera sovranità si riflette non nel potere di fare le leggi, come vuole una definizione giuridica di essa, ma nel migliore controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini”. In questo caso il presidente sottolinea il carattere politico e contingente del termine sovranità: il fatto che uno Stato possa liberamente scegliere le proprie politiche fiscali e monetarie non indica per forza che quello Stato sia totalmente e, soprattutto, concretamente sovrano.

Facciamo un esempio pratico: immaginiamo che Gianni, appassionato di teologia, decida di iscriversi all’università. Gianni vive in un paesino e si deve spostare nella grande città per seguire le lezioni. Immaginiamo che Gianni abbia bisogno solamente di denaro per acquistare cibo, detersivi e tutto quello che serve nella nuova casa. Il nostro amico non ha voglia di lavorare e chiede i soldi a casa. Prima di trasferirsi nella grande città il nostro Gianni usufruiva della spesa fatta dai genitori con i loro soldi, mentre ora, trasferito a casa “sua”, può decidere cosa e quanto comprare per soddisfare i suoi bisogni. Adesso Gianni è finalmente indipendente nelle sue scelte. Siamo sicuri sia sovrano? Siamo sicuri che Gianni possa decidere in totale libertà che bisogni soddisfare, quando soddisfarli e in che modo? Gianni non ha un lavoro, non ha ancora la borsa di studio, le sue risorse dipendono strettamente dalla sua famiglia che, inoltre, non è proprio d’accordo con la scelta del proprio figliolo. Quindi, se la famiglia (gli Stati membri) decidesse di chiudere il rubinetto, di tagliare i rapporti, di usare Gianni come esempio per gli altri figli di quanto sia brutto andare via di casa, che cosa potrebbe fare il nostro Gianni? Dovrebbe trovarsi un nuovo lavoro, dei nuovi familiari (partner commerciali), dovrebbe spiegare ai suoi amici (cittadini) perché non possono più entrare a casa sua liberamente. Perché sì, l’Unione Europea è un organismo politico che avrebbe tutte le ragioni di mostrare quanto sia brutta e grigia la vita fuori dalla nostra bella famiglia. Sembra abbastanza ingenuo pensare che tutte le nostre relazioni commerciali possano rimanere intatte, anzi è un bel po’ ingenuo.

Un esempio più estremo di questo concetto viene citato anche dal presidente parlando di “quei paesi che sono totalmente al di fuori dell’economia globale: essi sono indipendenti ma certamente non sovrani in un senso pieno della parola, dovendo ad esempio spesso contare sull’aiuto alimentare che proviene dall’esterno per nutrire i propri cittadini“. Certo, questo è un esempio estremo, non applicabile alla situazione italiana, ma da l’idea della differenza tra le due cose.

Ma perché tutto questo? Com’è possibile che una soluzione così  apparentemente giusta come riavere la propria politica monetaria possa portarci ad avere una minore sovranità?

Il problema sta tutto nelle motivazioni che ci spingono a voler riottenere la sovranità monetaria.

Storicamente l’Italia ha basato le sue politiche sulla leva della svalutazione monetaria, strumento che, con un colpo di spugna, permette di incrementare la competitività del nostro sistema. Ma come funziona? Semplicemente si stampa più moneta in modo da far crollare il prezzo della stessa e, conseguentemente, il prezzo dei beni prodotti in Italia per i compratori all’estero. Immaginiamo che un chilogrammo di pane prodotto in Italia costi 1 euro mentre uno prodotto in Germania costi 0.5 Euro. Per un compratore Francese sarà sempre più conveniente comprare il pane in Germania. Immaginiamo ora che la nuova lira valga esattamente mezzo euro e che il pane in Italia costi comunque 1 lira (perché siamo a ridosso della svalutazione). Ora il costo per il compratore francese sarebbe 0.5 euro per entrambi i prodotti e l’Italia riuscirebbe a colmare la differenza in termini di competitività che aveva nei confronti della Germania.

Fin qui sembra uno stratagemma perfetto, il problema però è che non ci si ferma qui: dato che la nuova lira vale la metà dell’euro, anche tutti i prodotti che noi importiamo costeranno il doppio (compresi i beni necessari alla produzione del pane). Senza considerare gli effetti in termini di inflazione: una maggiore quantità di moneta (a parità di altre condizioni) causa un incremento generale dei prezzi (si veda la storia inflazionistica italiana) che assorbirebbe prima o poi questo ritrovato vantaggio competitivo. Questo incremento dei prezzi avrebbe delle ripercussioni anche sul salario reale, cioè sul quantitativo effettivo di beni che possono essere acquistati dato il salario e l’indice dei prezzi. Infatti, senza un appropriato meccanismo di aggiustamento dei salari (come per esempio la c.d. “scala mobile”), l’incremento dei prezzi porterebbe, a parità dei salari nominali, a una riduzione del reddito reale degli individui. Di contro, un meccanismo di aggiustamento porterebbe all’incremento dei costi di produzione e, quindi, a un ulteriore aumento dei prezzi in una spirale inflazionistica potenzialmente disastrosa.

Questi effetti inflazionistici sarebbero inoltre esasperati dal fatto che, come ricordato da Draghi, “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“. Che cosa vuol dire? Semplicemente che, data l’instabilità della nuova moneta e dell’incentivo che avrà il nuovo stato finalmente sovrano a svalutare in continuazione, sarà difficile che i venditori esteri possano accettare la nuova lira come metodo di pagamento. Questo comporta che la nuova moneta non verrà assorbita dalle importazioni (rimarrà nel territorio perché nessuno fuori la vuole) e, soprattutto, i compratori nazionali dovranno vendere la loro lira per comprare euro, aumentando ulteriormente la quantità di moneta nel sistema  ed esasperando, conseguentemente, gli effetti inflazionistici citati in precedenza.

Un modo per potere dare un po’ di stabilità a questa moneta impazzita sarebbe quello di ancorare il suo valore ad una moneta più stabile (molto probabilmente l’euro). Questo porta comunque ad una perdita della tanto agognata “sovranità monetaria”. In questo caso la Banca Centrale Italiana sarebbe costretta a intervenire nel mercato valutario per mantenere fisso il tasso di cambio con l’euro. Di conseguenza, le sue politiche dipenderebbero comunque dalle politiche monetarie della BCE.
Tutto questo porterebbe da un lato a una maggiore sensibilità del nostro sistema alle oscillazioni e fluttuazioni del mercato valutario e, dall’altro, alla perdita del nostro posto nel Consiglio della banca Centrale Europea e della nostra possibilità di poter concorrere alle decisioni di politica monetaria della BCE. In poche parole, ci perderemmo “latte e craddaxiu”.*

Sperando di aver chiarito un poco il discorso sulla sovranità monetaria vorrei lasciarvi con un piccolo ragionamento: non sarebbe meglio, per ritrovare la nostra competitività, pensare a politiche strutturali anche se, delle volte, impopolari? Non sarebbe meglio ragionare tutti insieme sui problemi del nostro Paese e smetterla di cercare ogni volta delle soluzioni rapide e facili? La storia del nostro paese dal Dopoguerra a oggi non ci ha davvero insegnato nulla?

*Detto sardo che in italiano può essere comparabile coi detti avere la botte vuota e la moglie sobria o perderci capra e cavoli

Cristian

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