Salario minimo: è la strada giusta?

Salario minimo: è la strada giusta?

La Stampa – REPORTERS


La crescente diseguaglianza che attanaglia il nostro paese, sommata alla costante nascita di nuovi lavori al di fuori dalla concertazione sindacale ha messo in luce una peculiarità dell’ordinamento italiano sulla regolamentazione dei rapporti lavorativi.  

L’italia, infatti, è uno dei pochi paesi dell’Unione Europea a non prevedere un Salario Minimo legale.

Questo solitamente sarebbe un problema, perché la differenza di potere contrattuale tra lavoratori e imprenditori porterebbe questi ultimi a imporre delle condizioni lavorative sfavorevoli ai propri dipendenti. Nel nostro sistema questa disparità viene calmierata dal lavoro dei sindacati, i quali, tramite l’unione e l’organizzazione dei lavoratori, hanno potuto ottenere dei contratti migliori per i propri membri.

In Italia l’assenza di un salario minimo legale è stata calmierata dalla presenza di un salario minimo “giurisprudenziale”. L’interpretazione congiunta dell’art 36 della Costituzione, primo comma, con l’art. 2099 C.C., secondo comma, garantisce, anche a chi non fa parte di un sindacato, di poter percepire i minimi salariali previsti dai contratti collettivi.

I contratti collettivi sono validi per tutti i lavoratori appartenenti allo stesso settore e zona a cui il contratto fa riferimento, ovvero dai contratti stipulati dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro più rappresentative sul piano nazionale.

Secondo i sindacati, infatti, l’85% dei lavoratori dipendenti è coperto, grazie a questa interpretazione giurisprudenziale, dai contratti collettivi. Quindi un’eventuale regolamentazione in materia riguarderà principalmente il 15% mancante e dovrà però cercare di non intaccare i diritti acquisiti dal resto dei lavoratori.

In tal senso, negli ultimi mesi, ci sono state varie proposte sulla creazione di un salario minimo legale. La Commissione Lavoro del Senato ha deciso il 16 aprile di adottare come testo della discussione il DDL 658 proposto dal M5S.

Cosa prevede il DDL?

In sintesi, il DDL del M5S si propone di mantenere tutte le garanzie di cui abbiamo parlato finora imponendo che comunque il salario al lordo degli oneri contributivi e previdenziali debba essere maggiore di 9 euro lordi l’ora.  Inoltre, aggiunge che l’importo dovrà essere aggiornato annualmente, sulla base delle variazioni dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per i paesi UE (IPCA), prevedendo un aggiustamento per l’inflazione.

Secondo i sindacati l’eventuale approvazione di questo disegno però non sarebbe una soluzione adeguata al nostro sistema così complesso, con grandi differenze intersettoriali e interregionali. I sindacati vedrebbero, infatti il proprio ruolo andare a scemare e prevedono per questo un appiattimento delle altre retribuzioni verso quelle del salario minimo. L’introduzione di un minimo legale potrebbe infatti portare le aziende a disconoscere i contratti nazionali, avendo l’opportunità di virare verso un contratto meno oneroso, riducendo così, di fatto, il potere contrattuale dei lavoratori.

Le criticità

L’adozione di un sistema del genere, quindi, potrebbe causare dei problemi nel lungo periodo e, se mantenuto tale, anche nel breve periodo. Infatti,  fissare un salario pari a 9 € lordi non tiene conto delle grandi diversità che ci sono tra i settori per cui la differenza tra redditi mediani può essere enorme. Un appiattimento dei salari nel proprio settore verso una cifra più bassa potrebbe quindi essere un grande autogol.

Il salario minimo proposto potrebbe sembrare equo, ma non lo è per niente senza un sistema di gabbie salariali a livello almeno regionale. Infatti, dato il diverso costo della vita, ottenere 9 euro lordi al sud non equivale ad ottenere gli stessi 9 euro lordi al nord. Fissare il comportamento degli imprenditori per decreto può non portare ai risultati sperati. Una riforma dei rapporti lavorativi senza interpellare le parti in causa porterebbe le aziende ad adattarsi per necessità alla nuova normativa facendo ricadere i nuovi costi sui terzi.

Ad esempio, potrebbero esserci sia:
– un blocco delle assunzioni dato l’aumento dei costi dei lavoratori;
– sia un aumento del costo dei beni o servizi di queste aziende che spalmano questi nuovi extra-costi direttamente sui prezzi.

Dati i presupposti, questo salario minimo può solo che aumentare le disuguaglianze nel nostro paese, una cifra fissata dall’alto come i nove euro sembra una proposta un po’ cieca, tenendo conto delle diverse situazioni lavorative italiane. Inoltre, se le imprese reagiscono scaricando i costi sui consumatori, un aumento dei prezzi porterebbe ad una diminuzione dei salari reali rendendo vana tutta la manovra.

Una formulazione migliore con degli emendamenti correttivi che mettano in conto tutte queste criticità è ancora possibile. Una soluzione capace di tener conto delle diversità del territorio e dei settori potrebbe essere quella di estendere i contratti collettivi anche a quel 15% di lavoratori che ora ne sono fuori (come infatti proposto dai sindacati stessi). La contrattazione tra parti con lo stesso potere può infatti portare ad una soluzione di efficienza paretiana (McDonald and Solow (1981)).

I contratti collettivi, inoltre, contengono al proprio interno non solo la regolamentazione del salario, ma anche una serie di regole volte a migliorare la condizione del lavoratore che esulano dal solo salario.

Quello che ci auguriamo in questo Primo Maggio è un processo serio di adattamento continuo tra le parti sociali in causa: sindacati, lavoratori, governi, imprenditori che si adegui continuamente con lo strumento dei contratti collettivi nazionali alle nuove forme e formule lavorative di una società in continua evoluzione.




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References
Wage Bargaining and Employment, Ian M. McDonald and Robert M. Solow, The American Economic Review, Vol. 71, No. 5 (Dec., 1981).

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