Perché il Reddito di Cittadinanza non è un reddito di cittadinanza

Perché il Reddito di Cittadinanza non è un reddito di cittadinanza

fonte ANSA


Una volta approvato il “decretone” contenente gli ultimi dettagli sul Reddito di Cittadinanza possiamo iniziare anche noi a parlare di questa misura. Sul Reddito di Cittadinanza i media e i politici hanno già speso fiumi di parole, noi cercheremo con una serie di articoli di spiegarvi alcuni passaggi, poco trattati, della manovra. Il Reddito di Cittadinanza è sicuramente una delle manovre cardine di questo governo, è infatti la principale proposta di contrasto alla povertà del Movimento 5 Stelle fin dalle politiche del 2013. Quello che non si è (quasi) mai detto è che, formalmente, il reddito di cittadinanza così come approvato dalle Camere non è un reddito di cittadinanza.

Andiamo con ordine.

L’equivoco nacque nella campagna elettorale 2013 quando Beppe Grillo introdusse nel vocabolario della politica italiana il concetto di reddito di cittadinanza richiamando le caratteristiche di un reddito universale: conosciuto con diversi nomi tra i quali reddito di cittadinanza o di base (dall’inglese basic income).

Cos’è il basic income?

Un reddito universale è definibile tale se prevede un trasferimento di reddito erogato all’intera collettività in maniera regolare, perpetua e, soprattutto, prescindendo da alcuna prova dei mezzi.
Queste caratteristiche lo rendono un trasferimento incondizionato rispetto allo status sul mercato del lavoro e/o ad altre erogazioni di sicurezza sociale. Nelle sue diverse teorizzazioni, il reddito universale viene generalmente attribuito su base individuale prevedendo inoltre una unificazione dei trasferimenti monetari sia diretti – come gli assegni alle famiglie, la previdenza sociale – che indiretti – deduzioni e detrazioni fiscali – in questo istituto. Escludendo pochi esperimenti temporanei di una sua applicazione, il reddito universale si è sempre fermato alla teoria, demandando i possibili vantaggi – incentivi alla mobilità e flessibilità nel mercato del lavoro, annullamento dei falsi negativi- e gli aspetti critici – elevata pressione tributaria, minore efficienza dell’istituto, disincentivi all’offerta di lavoro- alle simulazioni degli economisti.

Cos’è il nostro Reddito di Cittadinanza?

Quando il Movimento 5 Stelle entrò nel Parlamento, a seguito delle elezioni del 2013, venne depositato il disegno di legge n.1148/2013 “Istituzione del reddito di cittadinanza nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario” in cui il nome dello strumento non cambia contrariamente al suo contenuto: da questo ddl fino alla recentissima approvazione del dl 4/2019
Questo strumento ha tutti i connotati per essere definito un reddito minimo: presente in molti paesi europei ed OCSE tramite differenti declinazioni, questo istituto è atto al contrasto alla povertà tramite un trasferimento diretto ai nuclei familiari che non raggiungono una determinata soglia di reddito.

Tale erogazione è, in questo caso, subordinata ad una prova dei mezzi atta a verificare l’idoneità dei potenziali beneficiari: infatti il reddito minimo non si concretizza in un ammontare fisso, bensì esso copre o l’intero divario o solo una quota tra una determinata soglia (solitamente ponderata rispetto alla numerosità del nucleo) e il reddito familiare complessivo.

Oltre al lato di contrasto alla povertà, il Reddito di Cittadinanza nostrano è anche in buona parte una politica attiva per il lavoro.
Le politiche attive del lavoro (Active Labor Market Policies) sono uno strumento con lo scopo di migliorare l’informazione all’interno del mercato del lavoro e di adattare l’offerta alle sue esigenze velocizzando e facilitando così l’incontro tra domanda e offerta.
Nella letteratura si riconoscono quattro strumenti principali, tutti presenti (con sfaccettate declinazioni) nell’attuale applicazione del reddito di cittadinanza:

–       Labor market training, corrispondente ai corsi di formazione forniti da istituti pubblici o privati al fine di estendere o adattare le capacità dei partecipanti rispetto alle esigenze delle imprese; una valida alternativa rispetto al contesto formativo “in classe” risulta essere la formazione che avviene direttamente all’interno delle aziende, grazie alla quale i partecipanti sono in grado di acquisire più velocemente le capacità richieste e di segnalare la propria produttività ai datori di lavoro.

–       Job search assistance and monitoring, vale a dire la funzione esercitata, in Italia, dai centri per l’impiego (e dai chiacchierati navigator) nell’incrociare domanda di lavoro delle imprese con l’offerta di lavoro dei beneficiari rispetto sia alle caratteristiche di questi ultimi sia ai profili richiesti dalle aziende. In molte applicazioni europee questo strumento viene esercitato mediante forte supporto per ciascun beneficiario unito ad un forte monitoraggio dei compiti dei beneficiari ai quali sono collegati una rete di sanzioni più o meno importanti. Nonostante l’eterogeneità dei risultati -perlopiù positivi- in termini di riduzione della disoccupazione, appare uno degli interventi più sensibili alle variazioni del ciclo economico.

–       Wage subsidies, ovvero schemi di incentivi alle imprese per l’assunzione dei beneficiari del programma al fine di compensare i datori di lavoro per l’iniziale bassa produttività degli assunti. Una buona parte della letteratura lo riconosce come strumento efficace in termini di riduzione della disoccupazione e di maggior reddito conseguito nel medio-lungo periodo dai partecipanti. Questo è un aspetto che, nell’attuale dibattito del reddito di cittadinanza, viene poco sottolineato: secondo il dl … “il datore di lavoro che comunica (…)le disponibilità di posti vacanti per assunzioni a tempo indeterminato di beneficiari del RdC può beneficiare dell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali a carico del datore di lavoro e del lavoratore nel limite dell’importo mensile del RdC percepito dal lavoratore all’atto dell’assunzione, per un periodo pari alla differenza tra 18 mensilità e quello già goduto dal beneficiario stesso e, comunque, non superiore a 780 euro mensili e non inferiore a cinque mensilità”. Nella stessa norma si prevede l’impegno del datore di lavoro, oltre l’assunzione, alla riqualificazione e formazione del lavoratore stesso.

–       Public sector work programs, che si concretizzano in opportunità di lavoro temporanee nel settore pubblico che mirano a dare maggiore esperienza ai beneficiari. Nella letteratura questo strumento risulta essere il meno efficace, essendo infatti collocato all’interno dell’ambiente pubblico non consente di stabilire contatti tra i beneficiari e imprese/datori di lavoro, dunque non offre un contatto diretto con il mercato del lavoro; inoltre, quando tali programmi presuppongono una lieve remunerazione per i partecipanti, ciò può sì da un lato aumentare gli incentivi di partecipazione per i beneficiari, ma può anche disincentivare la ricerca di un lavoro attivamente se non viene affiancato da altri interventi di ALMP. Come i sussidi di assunzione, anche i lavori socialmente utili sono poco affrontati nel dibattito sul reddito di cittadinanza: dal dl sappiamo che “il beneficiario è tenuto ad offrire nell’ambito del Patto per il lavoro e del Patto per l’inclusione sociale la propria disponibilità per la partecipazione a progetti a titolarità dei comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza, mettendo a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività del beneficiario e comunque non superiore al numero di otto ore settimanali. (…) I comuni, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, predispongono le procedure amministrative utili per l’istituzione dei progetti”

Tutti questi strumenti, affiancati al sussidio proposto dal RdC, mostrano l’evidenza di una netta differenza tra ciò che è il reddito minimo + politiche attive del lavoro rispetto a ciò che in questo caso non è un reddito di cittadinanza. Può sembrare una formalità, ma chiamare gli strumenti di intervento pubblico con nomi errati o ambigui ha come conseguenza una rinnovata superficialità nel dibattito degli stessi: frasi come “780 euro a tutti” sono sbagliate prima nella sostanza e poi nella forma.

Fonti:
Caliendo, M., & Schmidl, R. (2016). Youth unemployment and active labor market policies in Europe. IZA Journal of Labor Policy, 5(1), 1.

Toso, S. (2016). Reddito di cittadinanza: o reddito minimo?. Il mulino.




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Arrexini2

1 commento finora

Marco Scritto il8:56 am - Aprile 3, 2019

Nella pratica il RDC si sta dimostrando una ennesima misura rafazzonata che esclude dai benefici molte persone bisognose di aiuto . Un caso che conosco : giovane disoccupato di 30 anni abitante con la madre che gestisce una bancarella con un reddito e un isee da fame ma …. Ha nel furgone qualche scatola di padelle di troppo che vengono considerate “capitale mobiliare” come se fossero soldi in banca o titoli o altra richezza del nucleo familiare . Quindi niente RDC al ragazzo perché nel furgone della madre ci sono 9000 € di merci invendute . Se non è una porcheria questo ??!!! Grazie

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