L’informazione al tempo dei selfie: abbiamo un problema con il pluralismo?

L’informazione al tempo dei selfie: abbiamo un problema con il pluralismo?

Bruno Vesta l'indiscrezione di Dagospia su Salvini

Bruno Vesta l’indiscrezione di Dagospia su Salvini


A pochi giorni dai 30 anni del World Wide Web mi sono voluto focalizzare su un argomento che ci riguarda tutti: l’informazione politica in quest’epoca impazzita dei social media.

La grande rivoluzione dei mezzi di comunicazione che ha caratterizzato l’ultimo ventennio ci ha mostrato un mondo, quello delle telecomunicazioni, in continua evoluzione. Il protagonista assoluto di questa rivoluzione è stato sicuramente il social media, uno dei mezzi di comunicazione più invasivi e pervasivi mai sperimentato dall’uomo. La sua flessibilità e la sua potenza sono state subito notate e poi successivamente ingabbiate da tanti politici, sia in Italia che nel mondo.

In Italia il leader di questo “movimento social” è sicuramente Matteo Salvini, che ha raggiunto i 3.5 milioni di follower su Facebook, mentre il suo compagno di governo Luigi Di Maio ne ha solamente 2.1 milioni, poco più della metà.
I vecchi partiti non hanno colto al volo questa ondata social e pagano lo scotto con dati molto inferiori. Basti pensare che il nuovo segretario PD Zingaretti ha soltanto 256.000 follower su Facebook, mentre l’ex segretario PD Renzi ne ha 1.1 milioni e quel vecchio “volpone” di Berlusconi ne ha comunque un milione.

Questi numeri non rappresentano soltanto lo specchio della popolarità di questi leader sul popolo digitale, ma sono anche un dato che ci permette di capire meglio la potenza di questo strumento. Di uno strumento che collega una grandissima rete di utenti direttamente alle idee, alle dichiarazioni o, addirittura, alle abitudini alimentari del personaggio di turno. I social media, infatti, sono in tutto e per tutto un mezzo di informazione. Secondo l’AGCOM, nel 2017, il 55% degli italiani si è informato sui social media e questo dato è in costante crescita.

Mettendo in relazione i followers con gli ascolti medi delle reti televisive possiamo capire la portata di questo fenomeno: a gennaio 2019 i telespettatori medi Rai sono stati di 5 milioni e quelli di Mediaset 4 milioni. Come detto prima, Salvini gode da solo di una rete di followers che supera i 3 milioni di utenti e che potrebbero essere, potenzialmente, in qualsiasi momento in collegamento con qualsiasi sua dichiarazione.

La grande mole di followers detenuta da uno o dall’altro politico può fare la differenza per quanto riguarda il veicolamento diretto delle informazioni, e questo può avere conseguenze importanti sia sul dibattito politico che sui risultati elettorali. Mentre negli Stati Uniti, viste queste possibili conseguenze, si sta iniziando a regolare il rapporto tra politici e utenti social, in Italia si attende ancora e le regole sull’utilizzo dei social sono lontane dall’essere anche solamente pensate.

Al ruolo dei social si aggiunge il ruolo dei mezzi di informazione tradizionali come  la televisione, che rappresenta ancora oggi una delle fonti di informazione più importanti per gli Italiani. La TV, quindi, potrebbe rappresentare il primo argine a questo accentramento informativo figlio dei social media. Tuttavia, se guardiamo al passato dell’informazione italiana, ci rendiamo conto che anche i servizi televisivi hanno contribuito al problema più che alla soluzione: basti pensare a quanto abbiamo visto negli anni passati con Berlusconi che, sfruttando le reti di sua proprietà, è riuscito ad entrare indisturbato nelle case e nei cuori degli italiani.

Alla Mediaset, storicamente, si contrappongono le reti del servizio pubblico televisivo gestite dalla Rai, servizi finanziato attraverso il canone pagato da tutti i cittadini e che dovrebbe garantire, in linea di principio, il pluralismo mediatico. Infatti, essendo finanziato con soldi pubblici, questo servizio dovrebbe essere il meno sensibile alle forze di mercato e, per questo, dovrebbe anche essere il servizio più indipendente. A differenza della Rai i media privati sono incentivati a rappresentare delle notizie in modo sensazionalistico solo per poter aumentare la propria audience.

La rete pubblica italiana però non si comporta sempre nella maniera più indipendente: secondo quanto evidenziato da Durante e Knight (2012), in Italia, durante il governo Berlusconi, si è osservato un incremento del tempo dedicato dai media nazionali ai politici di centro-destra.

Ai giorni nostri non siamo ancora esenti da queste problematiche, stavolta l’allarme viene dall’Osservatorio di Pavia che ha consegnato alla commissione di vigilanza Rai un documento con dei contenuti impressionanti. Secondo quanto riportato da La Stampa il primo marzo 2019 “Il presidente della Vigilanza Rai ha convocato l’ad Rai Fabrizio Salini per parlare del rispetto del pluralismo nei TG del servizio pubblico”. 

Figura 1 – Lo squilibrio a gennaio

Fonte: La Stampa 1 marzo 2019

Dall’immagine pubblicata da La Stampa (qui sopra), si può notare come a gennaio sia ancora il Ministro Salvini il più chiacchierato nei TG della Rai, seguito da vicino soltanto dal Presidente del Consiglio Di Maio, invece, ottiene nuovamente poco più della metà dello spazio del suo collega vicepremier. Il tempo dedicato alle forze di opposizione sembra essere dieci volte inferiore di quello dedicato alla maggioranza, un dato abbastanza preoccupante.

Interessante in questo caso è anche il dato dei minuti di dedicati alle interviste dei singoli esponenti (in rosso nel grafico). Si nota, infatti, come i TG tendano a intervistare maggiormente gli esponenti governativi.

Alla luce di questa situazione  ho pensato di analizzare, usando i dati AGCOM, l’evoluzione nel tempo della differenza di trattamento tra le forze del governo e dell’opposizione.

La figura 2 rappresenta l’evoluzione negli ultimi mesi del tempo che i TG hanno dedicato a ciascuna figura rilevante del nostro panorama politico. La misura riportata è il tempo di antenna, composto dal tempo di visibilità più il tempo dedicato alle interviste. In pratica, la somma tra il rettangolo rosso e blu della figura 1. I dati sono espressi in ore e partono dal mese di ottobre, periodo in cui il nuovo presidente della Rai Marcello Foa è entrato in carica.

Figura 2 – Lo squilibrio in Rai da ottobre

Mia elaborazione con dati AGCOM

Dai grafici si nota come il governo e i ministri siano il punto focale dei TG della televisione di Stato. Infatti, secondo i nostri dati, il canale “all news” nazionale, Rainews, che trasmette in continuazione telegiornali, dedica uno spazio nettamente maggiore alle forze di governo rispetto che a tutte le altre dimensioni.
Il TG1 sembra essere quello che parla più di politica e partiti in generale ma dedica comunque una quota nettamente superiore di tempo alle forze di governo.

Per analizzare meglio questi dati ho raggruppato le forze politiche in maggioranza e opposizione. Ho inoltre affiancato i risultati ottenuti per 3 diversi gruppi di informazione, la Rai,  la Mediaset e gli Altri (LA7, SkyTg24, Tv8, ecc.).

Questi risultati sono rappresentati nella figura 3, i dati sono espressi in giorni di trasmissione e la linea grigia mostra l’entrata in carica di Foa (presidente RAI nominato dall’attuale governo). Ho voluto mettere enfasi su questo evento per capire se l’andamento di questo squilibrio possa essere dovuto dalla scelta fatta dal governo di nominare un presidente più vicino alle proprie idee.

Figura 3 – Copertura di Governo e Opposizione


Mia elaborazione con dati AGCOM

Notiamo subito che lo squilibrio tra il tempo dedicato al governo e all’opposizione è presente in tutti i TG nazionali e che quindi la Rai non è l’unica a comportarsi in questa maniera.

La cosa preoccupante sta nel fatto che la Rai dovrebbe essere, in quanto servizio pubblico, super partes, e meno legata alle necessità del mercato che richiede di dare più spazio alle notizie più interessanti.

Non finisce qui: se osserviamo cosa accade alle notizie riportate nel dopo-Foa, sembrerebbe che la discrepanza tra notizie sulla maggioranza e dell’opposizione sia aumentata maggiormente in Rai.

Ho voluto stimare l’effetto della Presidenza Foa utilizzando un triple difference-in-differences model: questa tecnica permette di costruire un controfattuale utilizzando le informazioni della copertura del governo negli altri emittenti in quello stesso periodo, le informazioni riguardanti la copertura del governo sulla Rai nei mesi precedenti e le informazioni riguardanti la copertura dell’opposizione sulla Rai. In questo modo ho potuto ricostruire quante ore sarebbero state dedicate al governo in RAI dopo ottobre e quindi, guardando alla differenza con le ore effettive, stimare l’effetto che ha avuto il cambio di presidente della Rai sulle ore di copertura dei TG.

Tutto questo discorso statistico, così arzigogolato, ci serve solo per ottenere un risultato su cui poterci fidare, che tenga conto dei trend generali e della copertura riservata a tutti e da tutti.

La differenza di copertura stimata è di 1 ora, 29 minuti e 20 secondi con uno standard error di 45 minuti. Ma cosa vuol dire?
Significa che da quando Foa è presidente, ogni mese in Rai si parla un ora e mezza in più del governo di quanto se ne sarebbe parlato con il vecchio presidente. Guardando ai grafici della figura 3 però non sembrava esserci nessuna necessità di questo aumento visto che la Rai dava già maggiore spazio al governo di quanto facessero gli altri emittenti.  

Questo risultato è preoccupante e accende più di un campanello d’allarme sulla necessità di pluralità di informazione che ogni cittadino deve avere per poter creare una propria opinione non distorta dalle informazioni che ottiene. La pluralità d’informazione è un mattone importante della nostra libertà e fa specie vedere che il primo emittente a non rispettarlo sia proprio la TV pubblica.

A tutto questo va anche aggiunta la lettera di richiamo presentata dalla stessa AGCOM nei confronti della Rai per la mancanza di pluralismo nelle sue reti: l’Autorità di garanzia nelle comunicazioni sottolinea che “per quel che concerne i programmi, si fa espresso riferimento all’esigenza del contraddittorio tra le posizioni manifestate dalle diverse forze politiche per consentire al cittadino-elettore di cogliere le ragioni che animano le varie opinioni in campo”.

Se sommiamo questo squilibrio televisivo con quello dei social media, la questione dell’informazione in Italia può davvero essere un grosso problema. Non sembrano nemmeno esserci i presupposti per un cambio di marcia in questo senso visti i continui tagli all’editoria minacciati dal governo e i tanti attacchi dello stesso verso la carta stampata.

Le dichiarazioni fatte da tanti politici sul come l’Italia sia negli ultimi posti per libertà di informazione stridono con le azioni che questi hanno intrapreso una volta al governo riuscendo, dati alla mano, a peggiorare la situazione.




Per info o suggerimenti scrivici su redazione@arrexini.it
oppure lasciaci un commento

Referenze

Durante, R., & Knight, B. (2012). PARTISAN CONTROL, MEDIA BIAS, AND VIEWER RESPONSES: EVIDENCE FROM BERLUSCONI’S ITALY. Journal of the European Economic

Arrexini2

Lascia un commento

Seguici sui nostri canali social