L’altra globalizzazione.

L’altra globalizzazione.


In questo articolo verrà trattato il tema (ampio e spinoso) della globalizzazione sotto diversi punti di vista. Sarà, per lo più, uno spunto critico. Ma come ogni critica è corretto che, allo stesso tempo, parta da una assodata verità: la globalizzazione è stata causa (in senso positivo), strumento e mezzo dell’uscita dallo stato di povertà di centinaia di milioni di persone: dall’Asia all’Indocina fino al Sud America. Basti pensare al caso cinese dove il 66,5% della popolazione nel 1990 viveva sotto la soglia di 1.90 $ al giorno, nel 2019 parliamo invece di una porzione di popolazione sotto l’1%. Merito unico della globalizzazione e dell’apertura indiscriminata – talvolta sfrenata – al commercio estero? Probabilmente, sicuramente, no. Ma in questo, la globalizzazione ha avuto certamente un suo importante ruolo come in altri paesi, ed il bilancio netto a livello mondiale è indubbiamente positivo.

Il termine globalizzazione è ormai da più di vent’anni entrato a far parte del lessico comune, tecnico e giornalistico, con il quale si intende il fenomeno di forte integrazione economica su scala mondiale: un modello internazionale di produzione e consumo dei beni che ha portato ad una omogeneizzazione dei mercati e del sistema di imprese mondiali, l’apertura al libero commercio, la creazione di organismi regolatori sovranazionali.

Poiché sarebbe riduttivo parlare di globalizzazione come fenomeno puramente economico, questa è meglio ascrivibile ad elementi di tipo sociale, politici e culturali oltre che geografici: nell’immaginario comune, la globalizzazione favorisce la “compressione spazio-temporale”, come descritto dal geografo David Harvey, un passaggio dal modello fordista della produzione di massa e dalla sua rigidità ad un modello più flessibile ed adattabile al consumatore.

Nel corso degli anni, il tema globalizzazione è stato oggetto di forti contrapposizioni ideologiche, politiche ed intellettuali: da un lato la globalizzazione ha rappresentato una notevole opportunità di sviluppo economico e produttivo (chiari esempi lo sono paesi come la Cina, Giappone ed India anche se in modi e tempi differenti), dall’altro è stata causa di nuove disuguaglianze economiche e sociali: la globalizzazione non riduce le distanze del mondo per tutti ma solamente per chi dispone di adeguati mezzi economici.

Di conseguenza, le stesse disuguaglianze socio economiche – pur ridotte tra stati – hanno continuato a crescere all’interno degli stati stessi.

Il mondo che diventa “più stretto” è un mondo che diventa anche omogeneo nelle sue diverse parti, cioè che trova una standardizzazione dei modi di consumo e produzione capitalistici anche se, naturalmente, con differenti peculiarità territoriali nelle diverse aree geografiche.

I differenti strumenti che assottigliano le diversità internazionali vengono collocati dal dibattito contemporaneo in differenti macro-categorie: la “McDonaldizzazione del consumo”, che riguarda la mondializzazione del consumo nella ristorazione presso le catene di fast food, contrapposto alla tendenza di consumare un cibo che sia espressione dell’identità territoriale (rappresentata, ad esempio, dal movimento Slow Food); la “Disneyficazione del tempo libero”, cioè la routinizzazione ed omologazione degli spazi dove spendere il proprio tempo libero.

Il fenomeno dei villaggi divertimento Disney ne è un chiaro esempio: nasce in America e si diffonde in altri luoghi dislocati in molti paesi del mondo: da Tokio a Parigi, da Hong Kong a Shangai, edificando nuove postazioni di diffusione di una nuova cultura (Harvey, 1989) capitalistica e dando un “formato standard” alle forme di consumismo mondiali dei paesi ricchi riguardanti il tempo libero.

Questo tipo di esempi evocano la forza e l’importanza che la globalizzazione può esercitare nella omogeneizzazione delle società contemporanee: essi rappresentano l’esportazione di modelli culturali standardizzati che, solo in virtù delle logiche globali, riescono ad essere egemonicamente diffusi.

Ma ciò che è importante rilevare è come i processi di assottigliamento delle differenze spaziali, sociali, culturali e consumistiche-produttive riguardino in modo preponderante il mondo i paesi ricchi: valga l’esempio del turismo, che esemplifica l’attitudine sempre maggiore e, finora, soprattutto Occidentale al movimento e al viaggiare (il che presuppone senza dubbio la possibilità economica di poterlo fare) secondo modi predeterminati e standardizzati.

Tramite la diffusione dell’idea stessa di globalizzazione si crea così un nuovo unico spazio mondiale di interazione fra culture e popolazioni distanti, il quale connette anche le parti più distanti fra loro.

Anche in questo caso emerge la visione dualistica del mondo che rimette in luce il grande popolo degli esclusi: è facilmente riconoscibile la differenza fra aree che dispongono di più strumenti di comunicazione ed interazione ed aree che ne dispongono meno o affatto.

Per comprendere questa dinamica, è interessante l’analisi del geografo Milton Santos, critico della globalizzazione, che parlò di “miti e favole”, raccontate al grande pubblico dalle classi egemoni per esaltarne i pregi.

Miti come quello della contrazione dello spazio e del tempo grazie alla “velocità” che, però, sottolinea Santos, “alla portata soltanto di un numero limitato di persone”; favole come quella del mercato globale, dove in realtà solamente tre piazze (Tokyo, New York e Londra) rappresentano più della metà di tutte le transazioni ed azioni mondiali.

La stessa “epoca d’oro” della globalizzazione e della “società liquida”, così come descritta da Zygmunt Bauman nella trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida”, “Vita liquida” per la sua chiara attitudine alla disgregazione delle rigidità delle regole ed istituzioni, sembra giungere al suo termine o, quantomeno, ad una sua ulteriore evoluzione. La narrazione della globalizzazione come processo irreversibile, “salvifico”, univoco, senza distorsioni per la crescita si scontra, da più di un ventennio, con l’evidenza di un mondo di esclusi e marginalizzati dai benefici economici, oppressi dall’assenza di protezione sociale e, anzi, vessati dalle regole della flessibilità.

In effetti, il processo appare rallentarsi proprio in coincidenza della crisi del 2008 e con la decisione di molti stati nazionali di riprendere il loro ruolo di regolatori: l’attitudine all’utilizzo della spesa pubblica, fondamentale nei momenti di più acuta crisi, riaffiorano, ormai in tutto il mondo, confini nazionali e barriere (sia materiali che culturali) verso gli umani, che fuggono da crisi e guerre, nonché verso i capitali esteri.

Il mondo, che sembra pian piano tornare ad un equilibrio precedente la crisi, in realtà si dirige verso nuovi lidi inesplorati ma con la difficoltà di un futuro che pare incerto e sicuramente diverso, dove i paesi ed i popoli che fino ad oggi sono stati considerati “marginali” nel sistema-mondo, chiedono e pretendono nuovi e più importanti spazi di azione nella comunità internazionale, protezione, risorse e soluzioni: l’immigrazione, ad esempio, che viene finalmente riconosciuta e studiata come fenomeno strutturale e non come mera emergenza sociale.




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Fonti:


Harvey David, The Condition of Postmodernity, An Enquiry into the origins of cultural Change, Basil Blackwell, Oxford, 1989.
Sergio Conti, Paolo Giaccaria, Ugo Rossi, Carlo Salone, Geografia economica e politica, Pearson Italia 2014.
Milton Santos, Per una nuova globalizzazione, Arcoiris 2016.
Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.
Zygmunt Bauman, Paura liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008.
Zygmunt Bauman, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2006.

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