Invalsi e scuole superiori: diagnosi di una frattura

Invalsi e scuole superiori: diagnosi di una frattura


La recente uscita del rapporto invalsi 2018 ci consente di trattare un tema a noi particolarmente caro: l’andamento della scuola secondo le capacità acquisite dagli alunni. In questo contributo si è scelto di concentrare l’analisi esclusivamente alle scuole superiori.

L’analisi dei risultati della prova invalsi viene effettuata su un campione di 48.664 alunni. Questo campione viene definito nel seguente modo: in primo luogo si estraggono le scuole dalla popolazione totale delle scuole italiane, da questo gruppo di scuole poi vengono estratte due classi per istituto.

Per quanto attiene alle scuole superiori, il rapporto disegna un trend ricorrente che vede il peggioramento sistematico, tanto nelle materie quanto ai risultati conseguiti rispetto alla tipologia di istituto (liceo, tecnico e professionale), nel passaggio dal Nord al Sud del paese. Queste differenze nascono già nella quinta elementare, diventano significative in terza media e finiscono per consolidarsi proprio alle superiori.

La prova di italiano è stata predisposta in più forme ma di difficoltà equivalente ed è stata costituita dall’analisi di quattro testi di diverso genere più una sezione di grammatica.

La figura 1 mostra i risultati medi riconducibili alle 5 macro-aree del paese ed è possibile notare come, con una media nazionale di 200, entrambe le aree del Nord hanno prestazioni maggiori, nel Centro si rimane in linea con la media, mentre al Sud e al Sud e Isole si registrano punteggi inferiori: la Sardegna risulta penultima con una media di 183, solo la Calabria fa peggio.

Valutando invece i risultati per tipologia di istituto e macro-area rappresentati dalla figura 2 si notano una serie di interessanti informazioni: la media dei punteggi per licei, tecnici e professionali è rispettivamente di 216, 192 e 168, con la Sardegna che ottiene i punteggi più bassi in relazione alla performance degli alunni degli istituti professionali, pari a 153, la media minore in assoluto. Interessante inoltre come i liceali della Sicilia, della Sardegna e della Calabria abbiano punteggi in italiano inferiori a quelli conseguiti negli istituti tecnici di diverse regioni del nord come Veneto, Valle d’Aosta e Lombardia.

Riguardo la prova di matematica, per gli istituti superiori gli ambiti di verifica attengono alle categorie generali di numeri, spazio e figure, dati e previsioni, relazioni e funzioni, con prove differenziate ma di difficoltà equivalente.

Anche per questa prova le dinamiche risultano pressoché uguali a quelle precedenti, come rappresentato dalla figura 3: le regioni del nord si distaccano in positivo dalla media pari a 200 conseguendo punteggi di 212 per il Nord Ovest e 213 per il Nord Est, il Centro rimane praticamente sul valore medio e i punteggi minori sono osservati al Sud (189) e al Sud e Isole (182); anche in questo caso la Sardegna è penultima, con un punteggio che si distacca di -22 dalla media nazionale attestandosi a 178, solo la Calabria fa peggio con 176. Concentrandoci sulla nostra regione, il divario che ci separa dalle regioni virtuose del nord appare ancora più abissale con una differenza di -34 e -35 punti.

Nella differenziazione tra i diversi istituti i risultati non si discostano dai precedenti, come è possibile osservare tramite la figura 4: a livello nazionale i licei ottengono il punteggio di 212, seguiti dai tecnici e dai professionali con 196 e 170; anche in questo caso la performance degli istituti sardi è la penultima e anche in questo caso i liceali di Sicilia, Sardegna e Calabria ottengono punteggi minori rispetto agli alunni degli istituti tecnici di molte regioni del nord e del centro.

Rispetto a tutti i gradi d’istruzione in cui il test viene affrontato, il Rapporto sulle prove Invalsi tratta una serie di tematiche che cercano di scomporre questi risultati per aree di interesse quali la questione di genere, l’incidenza della componente di immigrati di prima e seconda generazione, il peso dell’equità del sistema scolastico nella variabilità dei risultati. Di particolare interesse è la sezione relativa al peso del contesto familiare nelle prestazioni scolastiche: per la sua trattazione è stato predisposto per ciascun alunno un indice di sintesi denominato ESCS (Economic Social Cultural Status Index) tramite l’incrocio tra i dati forniti dalle segreterie e un questionario a cui rispondono solo i partecipanti ai gradi 5, 8 e 10 del ciclo d’istruzione, dove quest’ultimo indica le scuole superiori.

L’indice vuole integrare una serie di variabili quali le professioni dei genitori e il loro grado di istruzione nonché le risorse culturali ed educative a disposizione a casa dell’alunno. Quello che il Rapporto fa emergere è che, per tutte le materie e per tutti i gradi scolastici, è presente una correlazione positiva tra l’indicatore e i punteggi, dunque sebbene non sia un rapporto causale è possibile affermare come in media gli alunni con un livello di ESCS maggiore presentano punteggi maggiori, come è possibile osservare nella figura 5.

Per spiegare le diseguaglianze dell’istruzione, spiega il Rapporto, è possibile attingere a diversi contributi dati dalla sociologia: uno dei più accreditati vuole che gli alunni con livelli socio-economico-culturali minori siano svantaggiati cognitivamente fin dalle prime fasi dei cicli scolastici, dunque la mancanza di stimoli in età importanti sfavorisce sistematicamente i bambini e ragazzi rispetto alle dinamiche scolastiche.

Un’altra possibile interpretazione pone l’accento sull’appartenenza alle diverse classi sociali e sugli stimoli culturali che in tali classi possono essere presenti, per esempio il peso che viene dato all’istruzione dai genitori e dunque il grado di motivazione e aspirazione trasmesso ai figli. Un approccio differente e maggiormente economico vuole concentrarsi invece sui costi dell’istruzione e su come questi siano inversamente proporzionali rispetto al grado di appartenenza ad una classe sociale, con costi (reali o percepiti) maggiori per i livelli minori e viceversa, con la conseguenza che l’investimento in istruzione e, più in generale, nel capitale umano diminuisce in presenza di livelli più bassi.

In conclusione, il rapporto invalsi 2018 (di cui invito tutti alla lettura) è l’ennesimo elemento che delinea una spaccatura nel paese, con un nord che ottiene sistematicamente risultati superiori alla media con punte di eccellenza e il sud con risultati eufemisticamente deludenti per ogni tipologia di analisi. Al fine di incentivare la crescita italiana è necessario che il Meridione accorci le distanze dal resto del paese, e quale dimensione migliore potrebbe essere efficace, in prospettiva, se non un serio intervento sulle politiche scolastiche? Per quanto parziali, una riflessione sui risultati delle prove Invalsi è un buon punto di partenza.




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