Grazie al dazio! La guerra di Trump ai pastori sardi

Grazie al dazio! La guerra di Trump ai pastori sardi

Ph credit: Vistanet : Dazi, Coldiretti Sardegna


Negli scorsi mesi, in un momento di piena crisi della filiera del latte ovicaprino, abbiamo seguito e cercato di darvi una visione d’insieme sulla crisi del reparto e su cosa sarebbe stato necessario fare, secondo noi, nel medio-lungo periodo per dare nuova vitalità al settore.

I tavoli di trattativa tra pastori, industriali e governo sembrerebbero essere arrivati ad un accordo proficuo per tutti: 74 centesimi al litro di latte.

Ma, quasi a ricordarci quei problemi strutturali del settore di cui parlavamo, arriva una nuova minaccia contro la quale nessun intervento pubblico potrà aiutarci, se non in modi limitati e oltremodo costosi.

Lo scorso 9 Aprile, con un post su twitter, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che avrebbe attivato 11 miliardi di dazi sui prodotti europei, tra cui potrebbe e dovrebbe rientrare anche il pecorino romano. La produzione casearia sarda è particolarmente incentrata su questo prodotto: basti pensare che su quasi tre milioni di pecore, circa un milione e settecentomila esistono solamente “grazie” alla produzione di romano.

Il mercato dell’export verso gli Stati Uniti vale circa 60 milioni l’anno: qualcosa di irrinunciabile per l’attuale assetto del comparto. Per chi non lo sapesse, il dazio è una tassa sulle importazioni: un dazio di 50 centesimi di euro al litro comporta che se il latte costa 1 euro quando arriva negli USA, il suo prezzo finale diventa, “magicamente”, 1 euro e 50 centesimi.

Tornando alla filiera del latte ovicaprino, dobbiamo quindi ricordare che parliamo di un settore poco differenziato e di basso valore aggiunto, con una domanda pressoché fissa, con un continuo livellamento del prezzo verso il basso (per il pastore, l’ultimo della catena di produzione) e che nel mercato statunitense arriva nella sua fase “finale” sotto forma di grattugiato in mix con altri formaggi. Un prodotto, inoltre, altamente sostituibile. Questo significa che un incremento del suo prezzo può incentivare i consumatori a spostarsi su un prodotto simile ma di prezzo inferiore. Un esempio classico utilizzato nella teoria economica è quello tra Coca-Cola e Pepsi: se il consumatore non riconosce la differenza, questi due beni sono perfetti sostituti e, quindi, anche un piccolo incremento del prezzo del primo porta l’acquirente a comprare solamente il secondo.

A che serve, allora, non aver cambiato strada reiterando il “vecchio metodo” della semplice integrazione al prezzo del latte, che vive una importante interdipendenza e correlazione con il pecorino romano, se poi basta una piccola minaccia del presidente Trump per far tornare la paura della crisi?

Nonostante i dazi annunciati dal presidente Trump riguarderebbero tutta l’Europa, quindi anche i nostri diretti concorrenti di mercato come i paesi dell’est e la Spagna, è importante ricordare alcuni punti. In primo luogo, sappiamo che la produzione casearia è in crescita negli Stati Uniti mentre è in diminuzione l’importazione di formaggi: da 200.000 tonnellate del 2015 a 170.000 tonnellate del 2018.

Questo fenomeno sarebbe accentuato fortemente dall’applicazione di un eventuale dazio. Il dazio, infatti, fa diventare più costosi i prodotti che arrivano dall’Europa e, quindi, più convenienti quelli che vengono prodotti negli USA o in paesi che non fanno parte della lista dei “daziati”. In secondo luogo, siamo sicuri non possa arrivare nelle tavole delle famiglie americane un prodotto sempre di bassa qualità dall’america latina o dal Canada?

Questo ci ricorda la fallacia delle politiche di sostegno al prezzo senza un serio cambio di rotta che non punti solamente al consenso elettorale: una politica che incentivi la produzione di prodotti distinguibili, unici ed apprezzabili, meno dipendenti dalle fluttuazioni di prezzo e soprattutto da un unico mercato estero.

E ci ricorda anche un’altra cosa, come scriveva l’economista Dani Rodrik nel suo celebre libro “La globalizzazione intelligente” (Laterza, 2015), cioè che la storia ci insegna che le politiche protezioniste, diversamente da quanto affermato anche recentemente da diversi politici, possono essere a servizio di cause più o meno progressiste.

A chi gioverebbe oggi una nuova guerra commerciale? E chi ci perderebbe, se non gli ultimi della catena di produzione e con meno capacità di contrattazione sui prezzi?


Fabio

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Fonte dati settore caseario Statiunitense: https://www.clal.it/?section=stat_usa

Dani Rodrik “La globalizzazione intelligente” (Laterza, 2015)

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