Eutanasia, non seppelliamo il dibattito

Eutanasia, non seppelliamo il dibattito

Abbiamo deciso di affrontare un tema caratterizzato da molte criticità etiche e probabilmente religiose, a nostro parere molto importante.
Probabilmente, i nomi di Vitangelo Bini e di Giancarlo Vergelli vi suoneranno come sconosciuti, ma la loro storia ci aiuterà a capire il problema che andremo ad affrontare.

I due anziani, ormai quasi novantenni, sono accomunati dall’aver passato gli ultimi anni a fianco delle loro amate, che venivano pian piano logorate dall’Alzheimer. Vitangelo, dopo aver visto le condizioni della sua Mara peggiorare drasticamente, ha deciso, con tre colpi di pistola, di toglierle la vita nella clinica in cui era ricoverata. Giancarlo invece, dopo aver strangolato la moglie, si era presentato in commissariato raccontando di non riuscire più a vederla ogni giorno peggiorare. I due sono stati condannati per omicidio poiché, spinti dalla disperazione, hanno posto fine alla vita delle loro povere mogli che da anni versavano in condizioni difficilmente definibili dignitose.

Il gesto di Mattarella, che in questi giorni ha deciso di concedere la grazia a Bini e Vergelli, ci ha portato ad affrontare un tema parallelo e ugualmente spinoso come quello dell’eutanasia.  Per noi di Arreixini², il diritto di porre fine alla propria vita in maniera dignitosa è uno di quei tanti diritti fondamentali sui quali il nostro paese ancora non riesce a prendere una decisione netta.

Innanzitutto pensiamo che occorra fare un po’ di chiarezza. Esistono due tipi di eutanasia, quella passiva e quella attiva. La prima comporta il sollevamento da ogni responsabilità da parte dei medici, in nome del diritto che ognuno ha di autodeterminarsi in ambito terapeutico. Si tratta della facoltà di decidere in via anticipata come e se curarsi, oggi pienamente riconosciuta dalla legge. Infatti, questa possibilità di scelta permette ad ognuno di noi di scegliere consapevolmente, ad esempio, se iniziare o proseguire le cure, anche in caso di situazioni sanitarie particolarmente gravi. L’eutanasia passiva permette, quindi, all’individuo di rifiutare le terapie, anche laddove ciò portasse alla morte, sollevando da ogni responsabilità il medico curante.

L’eutanasia attiva, invece, consentirebbe ad un soggetto che non vuole più continuare a vivere in uno stato da lui non più ritenuto dignitoso di metter fine alla propria vita, quando non possa farlo autonomamente (ad esempio perché paralizzato, come per il noto caso di DJ Fabo), attraverso l’ausilio esterno del personale sanitario. Tuttavia, l’ordinamento italiano non consente all’individuo di compiere una tale scelta sul fine vita. Né tanto meno di poter accedere alle pratiche di suicidio assistito. Infatti, chiunque aiuti una persona a morire rischia fino a 12 anni di carcere, come previsto dall’articolo 580 del codice penale italiano: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”.

Il tema dell’eutanasia attiva e del suicidio assistito è sempre stato molto spinoso in Italia, probabilmente anche per l’influenza della Chiesa cattolica nella nostra società. È infatti noto che la Chiesa è fermamente contraria all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico.

Sebbene il processo di progresso legislativo riguardante questa tematica sia lento, la Corte Costituzionale il 24 ottobre 2018 si è espressa rilevando che “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”, riservando al parlamento di esprimersi in merito all’articolo 580 c.p. di dubbia conformità costituzionale e comunque non più rispondente al nuovo sentire sociale.

Questo messaggio, sommato alle recenti pronunce della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, con le quali, a determinate condizioni, è stato riconosciuto il diritto fondamentale a decidere come e quando morire, dovrebbe portare da solo ad un totale ripensamento del nostro sistema normativo in materia di fine vita.

Ma la contraddizione tutta italiana emerge chiaramente se si confronta lo stato di avanzamento legislativo in tema di eutanasia con l’opinione dei cittadini stessi.
I dati del rapporto Eurispes 2019 segnalano come il 73,4% degli intervistati si dichiari favorevole all’eutanasia, un dato in ascesa rispetto agli anni passati, quando il 55,2% (2015) e il 59,9% (2016) degli italiani esprimevano la medesima opinione. Il dato più eloquente è quello che riguarda i giovani dai 18 ai 34 anni: infatti, tra questi, addirittura l’83% esprime parere favorevole per l’eutanasia.

L’evidenza dettata dall’opinione pubblica, dalle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo e dalla nostra Corte Costituzionale, pongono in luce un sentiero oscurato che già esiste: il diritto a porre fine alla propria vita, quando essa non è più ritenuta degna di essere vissuta, è un diritto inviolabile dell’uomo che deve necessariamente essere riconosciuto. 

La politica non può ignorare il profondo cambiamento culturale che stiamo vivendo, che continueremo a vivere negli anni a venire e che è richiesto da quelle che saranno le generazioni di domani.
Ma al di là delle generazioni del futuro, possiamo semplicemente riflettere su alcune tradizioni del nostro passato, a dimostrazione di come il senso di pietà umana per chi vive una grave condizione di malattia sia sempre stato fortemente radicato.
Basti pensare a come l’attività de s’Accabadora in Sardegna fosse pienamente accettata dalla società del ‘900. Il suo colpo letale di “mazzolu” era visto come un atto di solidarietà e compassione verso il malato, destinato, diversamente, a sopportare lunghe e atroci sofferenze. E anche le autorità e la Chiesa tolleravano questo fenomeno, seppure in modo tacito, riconoscendone implicitamente l’utilità sociale.

Viene quindi da chiedersi: dato che i cittadini sono stati e son sempre più consapevoli e coscienti dell’importanza di questo diritto imprescindibile, cosa stiamo aspettando?



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