Diseguaglianze: come un elefante in un negozio di cristalli.

Diseguaglianze: come un elefante in un negozio di cristalli.


Le dinamiche della diseguaglianza globale sono ormai oggetto di studio da diversi anni. L’attuale dibattito economico, scevro da motivazioni puramente etiche, cerca di recuperare anni di marginalizzazione della tematica da università e think-tank economici. Come era solito ricordare Atkinson (uno dei più grandi studiosi della povertà e diseguaglianza), per accorgersi dell’estromissione del dibattito sulle disuguaglianze dal confronto economico era sufficiente guardare gli indici dei libri di testo proposti agli studenti di economia.

Nello scorso secolo, il dibattito economico si è più volte soffermato sulla distribuzione “funzionale” del reddito in termini di remunerazione di capitalisti e lavoratori, senza considerare che anche la distribuzione dei redditi e delle ricchezze all’interno di queste categorie poteva essere fortemente diseguale.

Come Andrea Ciffolilli ricorda su lavoce.info richiamando il lavoro di Richard Wilkinson e Kate Pickett “La misura dell’anima: perché le diseguaglianze rendono le società più infelici” oltre all’importanza di guardare la dimensione e le condizioni di vita materiali (e quindi la povertà), le società più diseguali sono quelle che a parità di ricchezza hanno i peggiori valori per gli indicatori relativi alla qualità della vita. Succede così che quando aumenta la diseguaglianza economica, per le fasce più deboli della popolazione diminuisce anche il loro appagamento per la propria situazione socio economica, con tutte le conseguenze che ben conosciamo come, ad esempio, le insensate guerre fra i poveri.

Cosa causa la diseguaglianza?

Le dinamiche della diseguaglianza, come ben spiegato dal lavoro di Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Gabriel Zucman “La curva ad elefante della diseguaglianze e crescita globale” (2017) non dipendono unicamente dalla globalizzazione o dal cambiamento tecnologico, come la maggior parte dei modelli economici provano a spiegare, ma anche e soprattutto dalle istituzioni e dalle politiche messe in atto dai governi come, ad esempio, una tassazione equa e progressiva, imposte sui grandi patrimoni e redditi, accesso universale ad istruzione e sanità.

Qualche numero…

Dall’ultimo rapporto Oxfam pubblicato a gennaio 2019 troviamo diverse cifre a ricordarci l’imponenza del fenomeno: l’1% più ricco del mondo detiene il 47,2% della ricchezza totale, mentre 3,8 miliardi di persone, la metà più povera del mondo, ne possiede appena lo 0,4 %.

Le dinamiche globali ci ricordano una grandissima partita a monopoli, si parte in tanti e rimane solamente uno, con tutte le ricchezze in tasca e l’appagamento del vincitore.

Il “rapporto sull’ingiustizia” dell’Oxfam ricorda che “l’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta (nel 2017 erano 43, ndr). Una concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico”

Solamente nello scorso anno, la ricchezza detenuta da circa 2.000 Paperon de Paperoni è cresciuta di circa il 12%, parliamo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. La metà più povera del pianeta ha invece visto calare le proprie ricchezze dell’11%.

La curva ad elefante di Branko Milanovic.

L’immagine di un grande elefante in un negozio di cristalli scatena spesso l’ilarità dei più. Pensare alla sua allarmante inadeguatezza all’interno di un negozio pieno cristalleria, al suo sconforto dato dal non riuscire a muoversi e/o fracassare tutto ciò che ha intorno, ricorda un po’ l’enorme ingiustizia sociale causata dai livelli di diseguaglianze attuali di cui, però, c’è poco da ridere. Forse lo stesso pensiero (o così è bello pensare) lo ebbe Branko Milanovic quando pensò che quel grafico da lui ideato somigliasse un po’ ad un elefante.

Milanovic cerca infatti di raccontare le variazioni reddito tra il 1988 ed il 2008 per ciascun percentile di reddito della popolazione per analizzare chi sono i “vincitori ed i vinti” della globalizzazione.

Grazie al grafico proposto, possiamo dividere la popolazione mondiale in quattro diverse fasce.

Nella prima, quella fra i primi cinque percentili, dove si collocano i poverissimi, non c’è stato nessun miglioramento delle proprie condizioni materiali. La seconda fascia, dove si collocano tredici gruppi di cinque percentili ciascuno è dove troviamo i due terzi più poveri della popolazione, tralasciato il primo cinque percento. La popolazione di questa fascia ha vissuto nel ventennio preso in esame una crescita del reddito tra il 40 e l’80%. La terza fascia, tra il settantesimo ed il novantesimo percentile, parliamo della classe media dei paesi più avanzati, ha registrato invece una crescita dei redditi molto bassa, non superiore al 10% e, per due dei gruppi presi in esame nella fascia, addirittura una diminuzione (descritta dalla parte bassa della proboscide dell’elefante). Per essere più chiari, è qui che alla fine degli anni ‘80 si trovava la classe media Europea e Statunitense.

La quarta fascia, infine, è quella del 10% più ricco della popolazione. Qui c’è nuovamente una crescita importante dei redditi tra il 30% ed il 60%, con un incremento esponenziale man mano che ci si avvicina alla parte alta della proboscide; parliamo del 100esimo percentile, cioè quello dei Paperon de Paperoni.

L’attuale distribuzione delle ricchezze e dei redditi non crea, come ricordato inizialmente, solamente un forte problema di giustizia sociale per i più poveri, ma un danno alla società tutta. La presenza di un grande numero di individui sotto la linea di povertà e di sempre meno uomini nella parte alta della distribuzione è un forte danno per tutta l’economia. Quelle persone che potrebbero essere, potenzialmente, una enorme risorsa per la collettività tutta in termini di capitale umano, senza un accesso sicuro all’istruzione, alla sanità, alle reti di sicurezza dello Stato, resteranno talenti inespressi finché non avremo la forza di ripensare quale futuro vogliamo per le nostre società e garantire quella famosa “parità di partenza e opportunità” che porterebbe ad una sana concorrenza fra gli individui e premia, realmente, i più meritevoli.

Un futuro dove si cammina tutti insieme e dove tutti percepiscono, in termini di benessere, la crescita delle ricchezze e dei redditi.


Fabio

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