Come arrampicarsi sugli specchi: i MiniBot

Come arrampicarsi sugli specchi: i MiniBot


I minibot sono uno strumento “pericoloso, illegale e non necessario”.

Alla conferenza Euromoney a Londra, viene liquidata così la proposta relativa alla nuova moneta parallela (o carta di credito parallela, come preferite) del leghista Borghi. Penserete che sia stato qualche classico tecnico, magari olandese, con i capelli grigi, che si impiccia dei problemi degli italiani, invece no!
Questa dichiarazione è del nostro Ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Ma partiamo dall’inizio: cosa sono i minibot?

Semplicemente titoli di stato. Ma se sono solo titoli di stato, perché stanno facendo così tanto scalpore?

I minibot vengono definiti come titoli di stato di piccolo taglio con un valore che va dai 5 ai 100 euro. In alcuni casi diventano carte di credito e, secondo Borghi, perfettamente sicuri in caso di attacco hacker!

I minibot sono stati pensati come nuovo metodo di pagamento a disposizione della Pubblica Amministrazione (PA) per estinguere i debiti nei confronti del settore privato. Dei certificati, questi, che poi potrebbero essere utilizzati dai privati nelle loro transazioni. Ci dicono che potrebbero eliminare il problema della liquidità delle imprese senza creare nuovo debito e che, addirittura, avrebbero lo stesso valore dell’euro, che non creeranno distorsioni nel mercato e libereranno la PA dalla mole dei debiti che la attanaglia. Di questo passo, se non stiamo attenti, faranno anche il caffè.

Questi titoli dovrebbero essere classificati o come moneta o come debito perché, come sottolineato dal presidente della BCE, una terza via è impossibile. Infatti, per pagare un debito, o si utilizza moneta e si estingue o si dilaziona in qualche modo (cambiali, obbligazioni) rimanendo comunque debito. In entrambi i casi, questi due strumenti presentano delle criticità non indifferenti.

Come titoli di debito sarebbero sottoposti alle fluttuazioni di mercato, entrerebbero nel debito pubblico italiano, avrebbero un prezzo e quindi un tasso di interesse. Sarebbero, quindi, sottoposti a uno spread come i titoli di stato “classici”. Infatti, ponendo che il governo non vincoli il valore dei titoli allo stesso valore dell’euro, entrerebbe in gioco il sistema della fiducia nella restituzione del debito. In soldoni, se io non sono sicuro che tu mi renderai i miei soldi ti chiedo un tasso di interesse più alto, in modo da essere compensato per il rischio. Questo sarebbe fatto sulla base della credibilità della PA e, in ultima istanza, dello Stato Italiano. In questo caso, quindi, il titolo potrebbe non valere davvero il valore facciale o nominale.

Facciamo un esempio: il nostro Gianni compra un titolo a 100 euro. A scadenza, per la restituzione del capitale e il compenso per il rischio di insolvenza, incassa 102, guadagnando, quindi, 2 euro di interessi. Se facessimo il ragionamento al contrario, Gianni, per avere il guadagno subito, potrebbe decidere di acquistare il biglietto pagando direttamente 98 euro, magari 97. Il titolo avrà allora un valore di 100 sulla facciata ma, in sostanza, varrà 98 euro. Quindi, il tasso di interesse sarebbe uguale a quello degli altri titoli italiani o anche peggiore.

Perché? Perché questi certificati dovrebbero coprire 57 miliardi di euro. Quindi avremo un incremento nel debito, nuovi titoli molto più sensibili alle singole fluttuazioni giornaliere (perché sarebbero scambiati ogni giorno) e, inoltre, tutto questo succederebbe proprio mentre siamo sotto osservazione per la possibile procedura di infrazione.

Ma tutto questo ha un’assunzione alla base: la legge non prevede che questi titoli abbiano lo stesso valore dell’euro.

Immaginiamo che, per legge, questo sia vero. Come si potrebbe fare? L’unico modo per far si che i titoli abbiano lo stesso valore dell’euro è che questi siano crediti fiscali. Infatti, perché io dovrei accettare un titolo che mi assicura lo stesso valore dell’euro se però nessuno è obbligato a riceverlo in cambio? Solo se posso usare questi crediti per pagare le tasse. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Come farebbero le imprese che lavorano solamente con lo Stato, o quelle che vincono i grandi appalti? Il ricavato sarebbe più grande delle tasse e, quindi, dovrebbero trovare qualcuno che accetti questi crediti.

Non verranno accettati da chi, per esempio, non deve pagare imposte, e, soprattutto, non verrebbero accettate da chi compra dall’estero. Perché dovrebbero? Perché dovrebbero volere un credito verso un altro stato?

Da qui l’idea di renderla una moneta a corso forzoso. Qui la questione si complica. In primo luogo saremmo già fuori dall’Euro perché il trattato di Lisbona vieta la creazione di una valuta parallela. In secondo luogo, questa moneta sarebbe scambiata nel mercato internazionale e avrebbe, quindi, un prezzo. Vista la storia della nostra Lira, e le motivazioni che spingono gli anti-euro, si potrebbe benissimo pensare a una svalutazione della nostra nuova moneta. Questa svalutazione potrebbe avere effetti enormi, alcuni buoni, alcuni cattivi, ma molto probabilmente prevarrebbero i secondi: i risparmi perderebbero immediatamente valore, qualsiasi accantonamento perderebbe immediatamente valore, tutto ciò che importiamo costerebbe immediatamente di più ma, soprattutto, il nostro debito sarebbe rivalutato con la nuova moneta. Quindi avremo un macigno enorme valutato a una moneta che pochi vorranno, avremo difficoltà a chiederne in prestito, avremo grossi problemi.

Complottismo/Catastrofismo? Borghi è stato chiaro: “i minibot sono un espediente per uscire dall’euro in modo ordinato e tutelato. Se uno si deve preparare all’uscita, deve prepararsi dentro le regole”. Regole di chi, non si capisce. E, soprattutto, non si capisce se pensa che il sistema funzionerà prima che gli italiani abbiano già assaltato i bancomat. Perché, mi dispiace, ma tu puoi anche dirmi che i tuoi soldi del monopoli sono vere banconote, però a me il dubbio viene lo stesso!

Per farvi capire “l’utilità” di questo strumento vi lascio con una dichiarazione del Centro Studi di Confindustria (che rappresenta proprio quei privati a cui non si pagano i crediti):  “grazie agli sforzi degli ultimi anni, lo stock di debiti commerciali della pubblica amministrazione si è molto ridotto, anche se resta il più ampio in Europa, e i tempi di pagamento sono stati accorciati, ma non in modo omogeneo in tutte le aree del Paese. Ciò di cui c’è ancora bisogno è di accrescere l’efficacia della Pa. Inoltre, le imprese italiane, in media, non soffrono oggi di una crisi di liquidità, come nel 2012, quando Confindustria chiese con urgenza misure straordinarie per pagare i debiti commerciali accumulati dalla Pa.




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