Sui miti ambientalisti ed altre tristi verità

In questi giorni The Lancet ha pubblicato il report “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change”, un’analisi dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute. Secondo lo studio, l’Italia nel 2016 è stato il primo paese in Europa e l’undicesimo nel mondo per morti premature da esposizione a polveri sottili PM 2.5.
Sono questo tipo di notizie, insieme a quelle sui disastri causati dal “maltempo” che sempre più spesso leggiamo nelle pagine di cronaca dei quotidiani, che fanno porre  domande come: che impatto ha il mio stile di vita sulla cosiddetta emergenza climatica? Cambiarlo  può avere davvero un’influenza sui cambiamenti climatici, o è solo colpa dei grandi Stati che non si curano abbastanza delle emissioni (Brasile, USA, Cina, India…)? 
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Fast fashion e lavoro sfruttato: il vero valore dei vestiti a basso costo

Sembra così lontana la storia di Iqbal Masih, pakistano, operaio, bambino ma soprattutto sindacalista e attivista per i diritti dei lavoratori, nonché simbolo internazionale della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile. 

Simbolo, perché altro non puoi essere, quando inizi a lavorare a 4 anni, quando poi a 5 vieni venduto da tuo padre per un debito di appena 12 dollari. Per saperne di più

L’altra globalizzazione.

In questo articolo verrà trattato il tema (ampio e spinoso) della globalizzazione sotto diversi punti di vista. Sarà, per lo più, uno spunto critico. Ma come ogni critica è corretto che, allo stesso tempo, parta da una assodata verità: la globalizzazione è stata causa (in senso positivo), strumento e mezzo dell’uscita dallo stato di povertà di centinaia di milioni di persone: dall’Asia all’Indocina fino al Sud America. Basti pensare al caso cinese dove il 66,5% della popolazione nel 1990 viveva sotto la soglia di 1.90 $ al giorno, nel 2019 parliamo invece di una porzione di popolazione sotto l’1%. Merito unico della globalizzazione e dell’apertura indiscriminata – talvolta sfrenata – al commercio estero? Probabilmente, sicuramente, no. Ma in questo, la globalizzazione ha avuto certamente un suo importante ruolo come in altri paesi, ed il bilancio netto a livello mondiale è indubbiamente positivo.
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Scuola: se la divisa ci rende un po’ più uguali

Non si sentiva parlare di divise scolastiche – in Italia il classico grembiule –  dal lontano 2008, cioè dalla Riforma della Scuola Gelmini. La Riforma proponeva infatti la reintroduzione dell’uniforme nelle scuole pubbliche.  Ad oggi, in Italia non esiste alcun obbligo di legge per l’utilizzo di divise scolastiche a nessun livello di istruzione. Benché sia prassi l’utilizzo dei grembiuli nelle scuole materne, e in molte scuole elementari, la decisione è sempre in capo ai dirigenti scolastici. Per saperne di più

Il non-elefante delle diseguaglianze italiano

Introduzione

Dopo avervi presentato il lavoro di Branko Milanovic e la metodologia da lui utilizzata per descrivere i “vincitori e vinti” della globalizzazione – cioè le dinamiche di crescita/decrescita del reddito delle diverse fasce della popolazione divise per percentili di reddito – abbiamo pensato che sarebbe interessante provare a capire come si è comportato quell’elefante di cui vi abbiamo parlato restringendo l’analisi alla sola Italia. Per saperne di più

Diseguaglianze: come un elefante in un negozio di cristalli.

Le dinamiche della diseguaglianza globale sono ormai oggetto di studio da diversi anni. L’attuale dibattito economico, scevro da motivazioni puramente etiche, cerca di recuperare anni di marginalizzazione della tematica da università e think-tank economici. Come era solito ricordare Atkinson (uno dei più grandi studiosi della povertà e diseguaglianza), per accorgersi dell’estromissione del dibattito sulle disuguaglianze dal confronto economico era sufficiente guardare gli indici dei libri di testo proposti agli studenti di economia. Per saperne di più

Dalle stalle alle strade, perché piangere sul latte versato?

Le immagini di questi giorni ci hanno decisamente presi in contropiede, dimostrandoci tutta la fragilità del settore di produzione caseario sardo. In particolare, fanno rabbrividire i tanti video e le immagini diffuse sui social dei tantissimi pastori che gettano il frutto del proprio lavoro, le strade bloccate per protesta, la quasi assenza della intermediazione politica mentre la popolazione versa per strada le proprie lacrime bianche. Le vicissitudini del settore non sembrano di facile approccio, ma tra i tanti interventi letti in questi giorni che descrivono il tema vogliamo cercare di presentarvi la nostra analisi. Per saperne di più