Sui miti ambientalisti ed altre tristi verità

Sui miti ambientalisti ed altre tristi verità

In questi giorni The Lancet ha pubblicato il report “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change”, un’analisi dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute. Secondo lo studio, l’Italia nel 2016 è stato il primo paese in Europa e l’undicesimo nel mondo per morti premature da esposizione a polveri sottili PM 2.5.
Sono questo tipo di notizie, insieme a quelle sui disastri causati dal “maltempo” che sempre più spesso leggiamo nelle pagine di cronaca dei quotidiani, che fanno porre  domande come: che impatto ha il mio stile di vita sulla cosiddetta emergenza climatica? Cambiarlo  può avere davvero un’influenza sui cambiamenti climatici, o è solo colpa dei grandi Stati che non si curano abbastanza delle emissioni (Brasile, USA, Cina, India…)? 

Sembra infatti che l’ambientalismo dei nostri giorni, quello dei post su Facebook e delle foto su Instagram durante le manifestazioni in piazza, faccia molto bene alla – potenziale –  presa di coscienza di tanti, ma che non sia quello che salverà o cambierà le sorti del nostro pianeta. Non diciamo (forse) niente di strano se affermiamo che ad oggi, per un’inversione di rotta sulle emissioni di inquinanti, sarebbe necessario un cambiamento drastico nei nostri modi di consumo e produzione, anche se spesso paiono immutabili. 

La domanda a cui oggi cerchiamo di dar risposta è: nell’era dell’ambientalismo spicciolo, quanti sono i miti da sfatare riguardanti il cambiamento climatico o, come va di moda oggi, il climate change

Non abbiamo la pretesa di poterli elencare tutti in questa riflessione, ma vogliamo darvi da pensare su quelli che sono i più comuni. 

Cibo da coltivazione biologica o tradizionale?

Secondo uno studio della Chalmers University of Technology, pubblicato sulla rivista Nature, i cibi biologici hanno un impatto climatico maggiore – rispetto a quelli coltivati con metodi tradizionali – per via dei più ampi terreni da utilizzare per la loro coltivazione. Lo studio mostra che la coltivazione di diversi prodotti biologici, come ad esempio i piselli e il frumento, ha un maggiore impatto sull’ambiente (rispettivamente, del 50 e del 70%) rispetto a quello delle coltivazioni con metodi tradizionali. 

“Buy local”, ma forse “pollute more”

Secondo un recente articolo di Reuters, un altro mito da sfatare è quello del “buy local”, cioè la spesa a chilometro zero. Infatti, riporta l’articolo, ciò che è rilevante ai fini dell’inquinamento atmosferico non è tanto la distanza a cui vengono prodotti gli alimenti, bensì  l’efficienza energetica che ne caratterizza produzione e trasporto . Per assurdo, sembrerebbe ad esempio che un prodotto trasportato su ruote, via camion, inquinerebbe tra le 25 e le 250 di più di uno trasportato via mare .

Nel nostro quotidiano, è davvero l’utilizzo della auto quello che più inquina? 

Tra i principali inquinanti dell’atmosfera urbana, secondo l’immaginario collettivo, vi sono i gas di scarico delle automobili. Nonostante ciò, la nuda e cruda realtà – secondo Angelo Cecinato, dirigente di ricerca dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr – è che una delle maggiori cause dell’inquinamento urbano, spesso sottovalutata, sono i gas evaporati dai prodotti di bellezza e cura della persona.

Questo tipo di composti, studiati negli ambienti chiusi, parrebbe raggiungere concentrazioni fino a dieci volte più elevate rispetto alle emissioni dell’ambiente esterno. In questo senso, sembrerebbe che i prodotti di igiene e bellezza , contribuiscano in modo decisivo ad aumentare anche le emissioni nell’aria esterna.

Dovremmo davvero ridurre il consumo di carne? 

Secondo alcune proiezioni delle Nazioni Unite, il consumo di carne continuerà ad aumentare nei prossimi anni se le abitudini alimentari non verranno modificate.

Ma cosa c’entra questo con la questione ambientale?

Basti pensare che l’allevamento di animali da macello è responsabile di circa il 15% del totale di tutte le emissioni di gas a effetto serra. Inoltre, è necessario considerare l’importante trade-off tra utilizzo dei terreni ad uso agricolo per la produzione di mangimi e la conservazione delle foreste ed annesse biodiversità che le popolano.

Ultimo dato, non meno importante, è che circa un terzo del consumo totale di acqua è destinato al sostentamento degli animali da macello.

La Cina è ancora oggi la bestia nera dell’ambiente? 

Per quanto ancora oggi la Cina sia ben lontana dall’avere concentrazioni medie di inquinamento ambientale sotto le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), non è più, ormai da tempo, quel “mostro” dell’inquinamento che era  30 anni fa.

Il Paese sta ormai combattendo contro la piaga dell’inquinamento atmosferico da diversi anni, impegnandosi a programmare ed implementare politiche di riduzione degli inquinanti previste nell’ultimo piano quinquennale varato dal governo.

Infatti, nel 2018, l’inquinamento totale parrebbe essere diminuito del 10% in un solo anno.

Ad esempio, la regione di Habei, famosa per la produzione di acciaio, ha visto scendere le emissioni di PM 2.5 del 12,5% nel 2018. Diminuzione che è stata in parte possibile grazie alla sostituzione di carbone con gas naturale ed elettricità destinati al riscaldamento domestico. Altra misura altrettanto importante è quella presa dal Ministero dell’Ambiente volta a imporre degli standard più rigidi su carburanti e motori, vietando la presenza sul mercato di camion che violano i nuovi standard. 

Ma più che concentrarci su quel che succede in Cina, il punto che vogliamo sottolineare è un altro: molti degli oggetti del nostro quotidiano sono prodotti – o prodotti in parte – fuori Europa, per esempio in Cina,  “lontano dagli occhi e lontano dal cuore”, dove la regolamentazione ambientale non è equiparabile a quella europea.

La presa di coscienza che tutti, indistintamente, dobbiamo compiere, è che ogni piccola azione ha un senso e il consumo etico ha un’influenza in quei processi produttivi – vicini o lontani – che ancora sono lontani dal considerare nel loro sistema di produzione i costi dell’inquinamento. Allo stesso tempo i trade-off a cui si va incontro quando si decide di dar battaglia alle emissioni ed al cambiamento climatico sono tanti. Ragione per cui delle corrette e ben congegnate politiche pubbliche sarebbero l’ideale punto di partenza per combattere seriamente il cambiamento climatico.


Erica e Fabio


Referenze:

Assessing the efficiency of changes in land use for mitigating climate change, Timothy D. Searchinger, Stefan Wirsenius, Tim Beringer & Patrice Dumas , Nature volume 564, pages 249–253 (2018)

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/02/16/news/saponi_e_vernici_inquinano_l_aria_piu_del_traffico-188984176/

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/carne-ambiente-e-salute

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)32596-6/fulltext

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2019/11/14/italia-prima-in-europa-per-morti-da-polveri-sottili_1b7b56b0-ce9e-4f1e-a2f8-fd5eb59c3f90.html

https://www.reuters.com/article/us-global-food-trade/buying-local-groceries-isnt-always-better-for-the-environment-idUSKBN1W90R

https://edition.cnn.com/2019/07/10/asia/china-wuhan-pollution-problems-intl-hnk/index.html

https://www.chinatechnews.com/2010/02/22/11610-n-hexane-poisoning-scare-at-apple-supplier-in-china

https://en.wikipedia.org/wiki/Pollution_in_China

https://www.agi.it/scienza/emissioni_gas_serra_cina-6313348/news/2019-10-07/

https://www.reuters.com/article/us-china-pollution/pollution-soars-in-northern-china-in-february-official-data-idUSKCN1QM0CP?feedType=RSS&feedName=environmentNews

http://www.rinnovabili.it/ambiente/inquinamento-atmosferico-cina-vola/

http://www.rinnovabili.it/ambiente/cina-lotta-inquinamento/

Arrexini2

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