Storia di un partito scissionista: siamo pronti alla fine del PD?

Storia di un partito scissionista: siamo pronti alla fine del PD?


Il 14 ottobre 2007 si tenevano le primarie che avrebbero dato i natali al Partito Democratico, un partito che nasceva dalle ceneri dei Ds e Margherita unendo così due anime: una socialdemocratica e l’altra più riformista. Una storia caratterizzata da alti e bassi, partita con il primo segretario, Walter Veltroni, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nicola Zingaretti. Dalla sua nascita ad oggi son passati quasi 12 anni dove non son di certo mancati terremoti e scissioni come in ogni partito di sinistra che si rispetti. Il primo ad abbandonare la barca fu uno dei suoi padri costituenti, Francesco Rutelli, che nel 2009 uscì per poi fondare il movimento “Alleanza per l’Italia”.

Nel 2011 è il cattolico Mario Adinolfi a uscire dal partito, portandosi con sé quanto rimasto dei cattolici e della Margherita. Lui stesso, infatti, rimproverava al segretario di allora, Pier Luigi Bersani, di aver portato il PD di essere una brutta copia dei Ds.

Fonte: nostra elaborazione.

La segreteria Bersani si concluderà con la non vittoria delle politiche del 2013, le quali portarono al governo Letta e alla seguente scalata di Matteo Renzi alla segreteria del partito. Il nuovo segretario porta il PD verso una visione più centrista, poco digeribile dagli ex Ds, e che cozza un po’ con i principi del partito. Il terremoto sembra essere dietro l’angolo: nel 2015 Pippo Civati lascia per fondare Possibile come Fassina e D’Attorre che fondano Sinistra Italiana. Quest’ultima, è la perdita più considerevole perché porta alla creazione di un nuovo gruppo parlamentare, insieme ai componenti della ormai morta Sinistra Ecologia e Libertà, composto da 31 deputati. Lo strappo con le vecchie glorie dei Ds aumenta dopo i risultati del referendum del dicembre 2016 dove, il segretario Renzi, nonostante avesse promesso di uscire dalla politica in caso di sconfitta, si dimette e al tempo stesso si ricandida alla guida del partito. I Bersaniani lasciano e creano Articolo 1 – MDP, nel febbraio 2017 insieme a D’Alema ed Epifani.

La vittoria delle primarie del 2017 riconsegna le chiavi del partito in mano a Renzi in un evidente momento di calo delle preferenze che si concluderà con la disfatta del Marzo 2018 con un misero 18% e la conseguente consegna del governo alle nuove forze Lega e Movimento 5 Stelle. Dopo questa sconfitta arrivano le seconde dimissioni di Renzi e le primarie del 2019 che, poco prima delle europee, portano all’insediarsi del nuovo segretario Zingaretti.

Punto focale del nuovo segretario è quello di tenere tutte le forze del centrosinistra unite e anche per questo si presenterà alle europee con il simbolo del PD unito a quello di Siamo Europei.

Grazie all’impegno per una forte coesione e alle sue capacità di mediazione nelle ultime europee, Zingaretti otterrà il 22.7% segnando un miglioramento rispetto al 2018 ma che, se analizzato in termini di voti totali, non sembra cambiare la situazione di stallo all’interno del partito.
La nuova segreteria si è proposta di cambiare l’immagine e il modus operandi del PD, abbandonando quella sua immagine di partito d’élite che si porta dietro da tempo, per diventare il partito di tutti. Tuttavia, questo processo di rinnovamento non di certo indolore, non sembra essere condiviso appieno da tutte le componenti del partito. Alcuni componenti lib-dem, infatti, non condividono questo spostamento repentino verso sinistra che si sarebbe andato a paventare. Uno spostamento chiesto a gran voce da molti elettori e che sembrava essere una soluzione per questo PD morente.

Seguendo i flussi di voto dalle politiche alle europee si può notare come questa nuova visione sembra aver attirato gli ex elettori che erano passati ai 5 stelle allontanando al tempo stesso  i più centristi che non si son sentiti rappresentati e che hanno preferito l’astensione.

Come in ogni fase della sua vita il PD si trova anche ora ad essere un partito composto da più correnti, più o meno di sinistra, che non sembrano andare d’accordo con l’ipotesi di uno scontro che, seppure non è all’orizzonte, sembra sempre più vicina.  L’insofferenza viene capitanata dall’ex Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che, con il suo fronte democratico Siamo Europei, si era proposto di creare una forza moderata contro l’attuale governo senza però ottenere i risultati sperati.

Dopo le elezioni europee, infatti, la voglia di coesione, mostrata durante la campagna elettorale, sembra essersi affievolita facendo nascere i primi attriti da parte dello stesso Calenda ed Orfini. Il primo si è mostrato molto critico rispetto alle polemiche nate dopo la scelta della nuova segreteria che non include esponenti della corrente lib-dem, il secondo perché ritiene invotabili gli accordi con la Libia. 

Dato il grande momento di difficoltà, caratterizzato da una procedura di infrazione che sembra essere sempre più vicina, una maggioranza sempre più in affanno e una manovra che potrebbe essere seriamente complessa, fa un po’ riflettere il fatto che il primo partito di opposizione si concentri più sulle sue beghe interne invece di pensare a un’offerta politica alternativa che miri a risolvere i problemi del paese.

Fonte: Socialisti Gaudenti.

Nel centrodestra, invece, qualcosa sembra stia iniziando a cambiare. Infatti, Berlusconi sembra iniziare a considerare l’ipotesi primarie e ha scelto di passare il testimone alla Carfagna e a Toti, nominandoli coordinatori del suo partito e affidando loro la rivoluzione del centrodestra.

Per il PD, quindi, quello che si prospetta sembra essere un momento decisivo, nel quale si dovrà scegliere se andare avanti uniti o prendere la strada di una scissione mai vista prima che comporterebbe lo smembramento delle sue forze. La storia del partito, infatti, ci ha insegnato che chi molla per crearsi un proprio partito difficilmente sopravvive e raramente viene premiato dai propri elettori.

Però, come lo stesso Calenda afferma scherzando, se si guarda ai sondaggi il 16% degli intervistati voterebbe per un suo partito e il 36% degli elettori del PD sarebbe con lui mentre solo il 50% sarebbe completamente contrario.

Fonte: EMG per Agorà Rai.

Una scissione dei lib-dem, quindi, porterebbe alla creazione di due poli vicini e alleati contro il governo in carica. Questa soluzione, tuttavia, non sarebbe ben vista dalle correnti più a sinistra del PD. Un nuovo partito più a destra, infatti, potrebbe non portare  un miglioramento dell’offerta politica ma ad una cannibalizzazione dei voti del PD stesso.

La forza del segretario sarà determinante per capire come si evolverà la storia del partito e per comprendere se sarà possibile tenere tutte le correnti unite e con un unico obiettivo. In questo caso si potrà andare avanti, ma, si badi bene, che questo non significa a priori che sia la scelta migliore per il partito. Una buona parte degli elettori non è infatti contenta di questa vacuità dei contenuti, dovuti anche ai vari tentativi di appianare le differenze interne. In tanti sarebbero invece più propensi ad avere delle proposte più vicine alle proprie esigenze ed ideali che sentono da anni non più ascoltati. Per avere qualche informazione in più, comunque, occorrerà aspettare la prossima Leopolda in cui i lib-dem potranno, probabilmente, presentare la nuova creatura che darà il là ad una nuova epoca per il centro-sinistra.




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