Povertà e disuguaglianza nell’Unione Europea

Povertà e disuguaglianza nell’Unione Europea

Illustration: Nick Lowndes


Povertà e disuguaglianza sono due categorie distinte, ma fra di loro intrecciate. Nel 2016, il numero di europei a rischio di povertà o esclusione sociale era di 118 milioni: il 23,5% della popolazione dell’Unione Europea. La disuguaglianza invece può essere suddivisa in disuguaglianza di reddito e di ricchezza. Nel 2016 il 38,5% del reddito totale disponibile nell’UE era ricevuto dal top 20% degli europei, mentre il 20% più povero riceveva solo il 7,7% del reddito totale disponibile (vd. fig. 1): il reddito medio del 20% più ricco era di più di 5 volte superiore del reddito medio del 20% più povero (Eurostat, 2018). La disuguaglianza di ricchezza è ancora più accentuata di quella di reddito: considerando la ricchezza netta nell’area euro, il 5% delle famiglie ha una ricchezza negativa (più debiti che attivi), l’1% ha ricchezza netta nulla, mentre la curva della ricchezza netta per i quintili è molto distorta (vd. fig. 2): il 10% più ricco possiede il 51,2% della ricchezza netta totale (European Central Bank, 2016).

Fig. 1 Fonte: Eurostat (2018).
Fig. 2 Fonte: European Central Bank (2016).

Nelle figg. 3 e 4 viene riportata la distribuzione del reddito disponibile nell’Unione Europea considerando tasse e trasferimenti (fig. 3) oppure eliminandoli (fig. 4); la curva generale è data dalla sommatoria delle curve di distribuzione di reddito nazionali, parificate nel potere d’acquisto. Come appare dalla fig. 3, la distribuzione europea è simile a quella di un Paese, con un’alta concentrazione sui livelli di reddito medio-bassi (€9.000-€14.000) ed una lunga coda verso i redditi più elevati. La fig. 4 mostra la forza redistributiva dello Stato sociale in Europa: eliminando tasse e trasferimenti, più del 10% degli europei avrebbe un reddito inferiore ai €1.000, mentre coloro con un reddito superiore ai €62.000 sarebbero il triplo. Per quanto riguarda la composizione nazionale, benché il quintile inferiore sia occupato principalmente dai Paesi dell’Est Europa (e parzialmente dai mediterranei), mentre i Paesi pre-allargamento del 2004 occupano quasi tutti i posti del quintile più alto, questi ultimi presentano anche una significativa parte di popolazione nel quintile più basso, dimostrando come la dimensione della disuguaglianza interna al Paese (inequality within) sia rilevante almeno quanto quella fra Stati membri (inequality between) (Eurofound, 2017). L’importanza dell’inequality within rispetto all’inequality between si riscontra anche per la disuguaglianza della ricchezza: a parte i Paesi post-comunisti, dove la ricchezza netta tende ad essere più bassa, e dove comunque esiste una non indifferente quota di famiglie molto più ricche della mediana, vi è una sostanziale sovrapposizione fra la ricchezza delle famiglie fra il 25-esimo ed il 75-esimo percentile nei diversi Stati membri. In sintesi, l’eterogeneità interna ai Paesi (inequality within) è più marcata dell’eterogeneità fra Paesi (inequality between) (European Central Bank, 2016). Inoltre, la relazione fra povertà e disuguaglianza sembra stretta: i dati del 2008 indicano che la disuguaglianza spiegherebbe l’85% della variabilità del tasso di povertà. (Eurostat, 2010).

Fig. 3 Fonte: Eurofound (2017).

Fig. 4 Fonte: Eurofound (2017)

Una dimensione legata alla disuguaglianza è quella della mobilità sociale. Studi empirici su diversi Paesi hanno generato la cosiddetta “curva del Grande Gatsby”: maggiore disuguaglianza di risultati (indicata con l’indice di Gini) è correlata con minore uguaglianza di opportunità (indicata con la mobilità salariale fra padri e figli). Rispetto agli anni Novanta, l’OCSE rileva una diminuzione della mobilità sociale agli estremi della distribuzione, mentre vi è il rischio di una fratturazione della classe media, fra coloro con un reddito medio-basso che rischiano di vedere, nell’arco della vita, la propria situazione economica deteriorarsi, mentre coloro con un reddito medio-alto hanno meno probabilità di declassamento sociale. (OECD, 2018). In ambito educativo, la persistenza della posizione sociale e la sua correlazione con i risultati scolastici è evidente nei test OCSE PISA, che verificano le competenze scientifiche, matematiche e di comprensione del testo degli studenti di 15 anni: in quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea, i risultati ottenuti nei test sono tanto migliori quanto è più alto il decile di status socio-economico-sociale (OECD, 2016). Anche nel sistema universitario tali rigidità sono ben visibili: in tutti i Paesi europei vi è una sovrarrappresentazione di individui con genitori con istruzione terziaria ed una sottorappresentazione di individui con genitori con al massimo la licenza media (European Commission/EACEA/Eurydice, 2018). Per quanto riguarda l’ambito lavorativo-salariale, la persistenza intergenerazionale degli introiti fa sì che, in media, nei Paesi OCSE ci vogliano quattro/cinque generazioni perché i figli provenienti dal decile più povero raggiungano il reddito medio. Inoltre un terzo dei figli di lavoratori manuali farà il lavoratore manuale, mentre metà dei figli della classe manageriale diventerà a sua volta manager, rispetto a meno di un quarto dei figli di lavoratori manuali (OECD, 2018).

Poiché povertà e bassa mobilità sociale sono correlati ad alti tassi di disuguaglianza, è necessario indagare alcuni dei fenomeni che contribuiscono a generare e ad acuire le disuguaglianze. I redditi si dividono in redditi da lavoro e rendita del capitale: la parte dei redditi che va al lavoro è chiamata labour share, quella che è invece assegnata al capitale è detta capital share. Un aumento del reddito da capitale rispetto a quello da lavoro acuisce le disuguaglianze perché, come visto precedentemente, il capitale (la ricchezza) è meno equamente distribuita rispetto ai redditi. Fra il 1990 ed il 2009 il labour share nei Paesi OCSE è diminuito in media di 5 punti percentuali, dal 66,1% al 61,7% (European Investment Bank, 2018), mentre nell’area euro è diminuito dal 72,5% del 1982 al 63,3% del 2007 (FEPS Young Academics Network, 2016). Normalmente una diminuzione del labour share avviene per la maggiore crescita della produttività del lavoro rispetto a quella salariale. La Banca Europea per gli Investimenti identifica, fra i fattori che incidono negativamente sul labour share, il declino del potere contrattuale dei sindacati, i processi di delocalizzazione e, specie in un futuro prossimo per via degli avanzamenti dell’intelligenza artificiale, di automazione (European Investment Bank, 2018).

L’incremento delle disuguaglianze di reddito è in parte dovuto alle stesse cause della diminuzione del labour share. Due fenomeni infatti sono alla base dell’incremento della disuguaglianza dei redditi: la polarizzazione dei lavori e la polarizzazione dei salari. Per polarizzazione dei lavori s’intende la diminuzione della richiesta di lavori che richiedono medie competenze e danno medi salari, a fronte dell’aumento sia dei lavori a competenze e retribuzione basse e alte (Dachs, 2018). La polarizzazione dei salari indica invece la concentrazione dei salari agli estremi della distribuzione (bassi e alti salari), a fronte dell’assottigliamento della numerosità dei salari medi. A differenza della polarizzazione dei lavori, la polarizzazione dei salari può avvenire senza cambiamenti strutturali nelle competenze richieste dal mercato del lavoro. La polarizzazione dei lavori è dovuta all’automazione, mentre il ruolo della globalizzazione (tramite la delocalizzazione e la formazione delle catene globali del valore) è più discusso: tuttavia entrambi i fenomeni avrebbero gli effetti di indurre una trasformazione del mercato del lavoro valorizzando alcune competenze e rendendo altre obsolete,  e facendo venir meno molti di quei lavori basati su compiti ripetitivi (Dachs, 2018). Secondo Dachs (2018), ci sarebbero prove di un aumento delle disuguaglianze fra la metà degli anni ’80 e i tardi anni 2000, ma non negli ultimi 10 anni nell’Unione Europea, né il capital share sarebbe aumentato: è invece riscontrabile un aumento del divario nei salari fra occupazioni elementari e lavori che richiedono competenze specialistiche. La polarizzazione dei salari è stata inoltre acuita dalla desindacalizzazione: un alto livello di copertura della contrattazione collettiva è infatti associato ad un più generale alto livello dei salari e ad una minore disuguaglianza salariale (Eurofound, 2015). Benché non sempre un alto tasso di sindacalizzazione sia un prerequisito per un alto tasso di copertura della contrattazione collettiva, un basso tasso di sindacalizzazione incide sulla forza contrattuale dei sindacati. Inoltre, comprimendo le differenze salariali, i sindacati alleviano anche la polarizzazione dei lavori; è tuttavia anche questo un motivo della diminuzione dell’adesione sindacale: proprio perché i sindacati tentano di ridurre il divario salariale, i lavoratori maggiormente qualificati tendono a cercare contratti fuori dal sindacato per cercare di ottenere salari più alti (la risposta del sindacato in diversi Paesi, per non perdere la membership dei lavoratori qualificati, è stata la decentralizzazione della contrattazione collettiva) (van Stolk, et al., 2011). La desindacalizzazione è anche legata al difficile inquadramento dei nuovi contratti part-time e precari. Basso livello di competenze e di salari, precarietà del posto di lavoro e povertà lavorativa vanno di pari passo: coloro che possiedono basse competenze tendono ad avere, oltre che bassi salari, contratti precari o part-time, sono più a rischio di sostituzione da forza lavorativa immigrata che possiede lo stesso profilo di competenze (Hoftijzer & Gortazar, 2018), e sono più a rischio di povertà lavorativa (i lavoratori a rischio di povertà erano il 9,4% del totale degli occupati nell’UE nel 2017) (Peña-Casas, Ghailani, Spasova, & Vanhercke, 2019).

Come si è visto, la distribuzione della ricchezza è più diseguale di quella dei redditi. Oltre che nella quantità, la disuguaglianza si estrinseca nella composizione della ricchezza (gli assets), e viene perpetuata dalla rendita sul capitale (European Central Bank, 2016).  La ricchezza finanziaria è uno degli elementi che acuiscono le disuguaglianze: nell’area euro è quattro volte più disugualmente distribuita del reddito, e quindi le rendite finanziarie sono concentrate nella sommità della distribuzione. A ciò si aggiunga la maggiore facilità per il quintile superiore di accedere al credito: più del 45% del credito alle famiglie va al top 20% in Austria, Finlandia, Francia, Germania e Italia (Cournede, 2016). Una forte discriminante della ricchezza posseduta è tuttavia il possesso di un’abitazione di proprietà. Nell’area euro la percentuale di famiglie proprietaria di casa varia nei diversi Paesi, in una forbice fra il 44% ed il 90% (European Central Bank, 2014). La differenza di ricchezza con gli affittuari è evidente: il 50% medio dei proprietari di casa ha una ricchezza compresa fra i €104.500 e i €360.000, mentre il 75-esimo percentile di ricchezza fra gli affittuari è solo di €34.900 (European Central Bank, 2016). Inoltre, l’acquisto di una casa è spesso accompagnato dall’erogazione di un mutuo, il che crea problemi di accesso al credito per chi ha un reddito basso od un contratto precario e rende evidente l’importanza dei trasferimenti di ricchezza intergenerazionali (European Central Bank, 2014). La concentrazione di ricchezza, immobile e finanziaria, oltre a costituire il nocciolo della disuguaglianza di ricchezza, costituisce anche la base per l’acuirsi delle disuguaglianze di reddito (e quindi, a posteriori, di ricchezza): Thomas Piketty, ne “Il capitale nel XXI secolo”, mostra come un tasso di rendita da capitale superiore al tasso di crescita del reddito nazionale provochi un meccanismo di concentrazione delle ricchezze autoalimentantesi, meccanismo rafforzato dall’apprezzamento del valore degli immobili (Fuller, Johnston , & Regan, 2019).

Qualsiasi politica pubblica nell’Unione Europea che voglia aggredire il problema delle diseguaglianze deve tenere conto di tre elementi. I programmi europei di convergenza fra Stati membri sono utili solo se accompagnati da un’analisi di come i frutti di questa crescita vengano distribuiti all’interno di ciascun Paese (Blanchet, Chancel, & Gethin, 2019). Le diverse dimensioni della disuguaglianza necessitano di essere analizzate separatamente, poiché necessitano di misure diverse per essere affrontate (Fuller, Johnston , & Regan, 2019). Infine, gli impatti delle riforme possono vedersi solo sul lungo termine, e talvolta avere un effetto di breve termine diverso da quello di lungo termine, e una riforma  strutturale che allevia le disuguaglianze può perdere il suo effetto calmieratore già nella generazione successiva (Nybom & Stuhler, 2016): è perciò necessario un processo continuo di riforme e misure per affrontare le disuguaglianze.


Matteo Vespa

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Bibliografia

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van Stolk, C., Hoorens, S., Brutscher, P.-B., Hunt, P., Tsang, F., & Janta, B. (2011). Life After Lisbon. Europe’s Challenges to Promote Labour Force Participation and Reduce Income Inequality. RAND Corporation. Tratto da https://www.jstor.org/stable/10.7249/mg1068re.10

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