Le (Non)Flat Tax giallo-verdi: tra complicazioni e incentivi distorti

Le (Non)Flat Tax giallo-verdi: tra complicazioni e incentivi distorti

Devo essere sincero, qui non si parlerà tanto di Flat Tax.

La Flat Tax, infatti, è un regime di imposta che prevede un’aliquota unica per tutte le fasce di reddito. In un regime di Flat Tax, quindi, l’ammontare d’imposta che un cittadino deve pagare viene calcolato semplicemente moltiplicando il suo reddito per l’aliquota unica. Il principale vantaggio di questo sistema è dato dalla sua semplicità.

Questo sistema è stato più volte criticato perché non progressivo. Infatti, come vi ho spiegato qui, un sistema è progressivo se, all’aumentare del reddito, aumenta anche l’aliquota media pagata dall’individuo. Con la Flat Tax, invece, l’aliquota media rimane uguale: tutti pagheranno l’aliquota unica.

Nel tentativo di conciliare le caratteristiche fortemente inique di questo sistema con il bisogno di semplificazione, sono state elaborate tantissime proposte di Flat Tax. Per esempio, Atkinson, un economista attento alla tematica della diseguaglianza, propose un sistema di Flat Tax con imposta negativa che, quindi, diventava un sussidio per gli individui senza reddito.

Ma quindi parliamo di Flat Tax?

No. Perché oggi parleremo delle proposte di Flat Tax fatte dal governo giallo-verde. Infatti, le due proposte più accreditate di Flat Tax giallo-verde prevedono, tutte, aliquote che, in un modo o nell’altro, variano al variare del reddito. Come mai allora le chiamano così? Noi ce lo siamo chiesti anche per il reddito di cittadinanza, ma ancora non abbiamo trovato una risposta.

Le proposte principali fatte fino a ora potrebbero essere chiamate: la Flat Tax per i redditi incrementali e la Flat Tax fino ai 55 mila euro.

La Flat Tax per i redditi incrementali dovrebbe prevedere che, nel 2020, i cittadini paghino l’IRPEF attuale sull’ammontare di reddito guadagnato nel 2019 e il 15% su tutti i redditi incrementali. Secondo questa riforma, dunque, se una persona guadagna 20.000 euro nel 2019 e 50.000 euro nel 2020, pagherebbe l’IRPEF secondo le regole attuali sui primi 20.000 e il 15% sui rimanenti 30.000 euro. Che cosa può comportare questa proposta?

Le conseguenze possono essere varie e dipendono tutte da come un’imposta di questo tipo si combina con le altre caratteristiche del nostro sistema fiscale e dell’ambiente in generale.

In primo luogo, una riforma di questo tipo non semplificherebbe il sistema fiscale italiano. Anzi, lo renderebbe ancora più complicato e comporterebbe una perdita di gettito sui redditi incrementali.

In secondo luogo, violerebbe il principio dell’equità orizzontale. Secondo questo principio, infatti, due persone che percepiscono lo stesso reddito dovrebbero pagare, a parità di altre condizioni, le stesse imposte.  Applicando tale riforma, invece, due persone con lo stesso reddito nel 2020 ma con redditi diversi nel 2019 pagherebbero imposte diverse. Inoltre, secondo la stessa logica, nel caso in cui la variazione di reddito tra un anno e l’altro fosse molto ampia, potrebbe verificarsi una situazione di questo tipo: un individuo A, più ricco nel 2020, paga meno di un individuo B, più povero nel 2019 ma più ricco nel 2020. Tutta questa confusione può avere conseguenze enormi dal punto di vista delle dichiarazioni fiscali. Infatti, gli individui avrebbero sempre l’incentivo a spostare i redditi dal 2019 al 2020 con l’obiettivo di ridurre la propria aliquota fiscale. Incentivo, questo, che sarebbe ancora più forte se, nel 2021, i redditi di riferimento fossero quelli del 2019 o se l’anno di riferimento non venisse aggiornato di anno in anno.

Il terzo punto critico è un po’ più complesso e riguarda la funzione anticiclica del sistema fiscale. Immaginatevi che l’aliquota media che paghiamo sui nostri redditi sia pari al 20% e che ci sia una crisi che porta a una riduzione del reddito lordo di 10.000 euro. Lo shock in termini di reddito netto, però, è meno negativo ed è pari a 8.000 euro. Questo perché il 20% dello shock è stato assorbito dal sistema fiscale. Nel caso invece di una crescita di 10.000 euro lo shock positivo sarebbe ugualmente di soli 8.000 euro. Per questo motivo si dice anticiclica:perché riduce gli effetti delle fluttuazioni di reddito e del ciclo economico. Con la riforma, invece, il sistema diventerebbe pro-ciclico. Infatti, mentre nel caso di redditi incrementali lo stato si prenderebbe solamente il 15%, nel caso di riduzioni di reddito l’aliquota fiscale potrebbe addirittura aumentare, potenziando l’effetto negativo della recessione.

Un ultimo punto riguarda i beneficiari di questa riforma. Infatti, per come stanno le cose, le persone che risulterebbero  avvantaggiate da questo tipo di proposta sono quelle che presentano una minore stabilità del reddito. Per un lavoratore dipendente, che probabilmente guadagnerà lo stesso stipendio tra il 2019 e il 2020, infatti, i vantaggi si riducono notevolmente.

Anche la seconda proposta, la Flat Tax fino a 55 mila euro, presenta numerose criticità. Questa proposta, come dice il nome, prevede un’aliquota al 15% per tutti i redditi fino a 55 mila euro e, superata tale soglia, un sistema che dovrebbe essere identico a quello attuale.

Si tratta di una riforma molto più semplice e, a prima vista, più popolare. Infatti, comporterebbe la riduzione di 3 aliquote IRPEF: quella del primo scaglione (0-15.000 euro) che ora è pari al 23%, quella del secondo (15.001-28.000) pari al 27% e, infine, quella del terzo (28.001-55.000) pari al 38%. A prima vista quindi dovrebbe essere una politica che finalmente riduce le tasse sui meno ricchi.

Purtroppo non è così. Infatti, secondo le stime dell’Osservatorio conti pubblici italiani, l’aliquota unica al 15% potrebbe comportare un incremento dell’imposta pagata dalle famiglie con redditi fino ai 28 mila euro. Questo dipende dalle coperture disponibili per una riforma di questo tipo. La riduzione delle 3 aliquote, infatti, comporta una notevole perdita in termini di gettito che deve essere coperta in qualche modo. La proposta più accreditata sarebbe quella di finanziare questa perdita con l’eliminazione delle cosiddette tax expenditure, cioè eliminando tutte quelle detrazioni e deduzioni (come per esempio quella per le spese mediche) che contribuiscono a ridurre il peso fiscale soprattutto sulle classi meno abbienti. Infatti, le stime riportate dall’Osservatorio ci dicono che, col sistema vigente, l’aliquota media per le famiglie fino ai 15.000 è pari al 5,2% mentre, per quelle con un reddito tra i 15.000 e i 28.000 euro, ammonta al 14,4%, ben al di sotto delle aliquote previste dalla legge e, soprattutto, al di sotto del 15% proposto dalla riforma. Si tratta di un aspetto che potrebbe essere ridimensionato prevedendo una deduzione generale che, però, non è stata ancora individuata con chiarezza.

Un altro punto negativo di questa riforma è dato, una volta ancora, dagli incentivi distorti che tale sistema può generare. Infatti, la presenza di una soglia ai 55 mila potrebbe portare i cittadini che hanno un reddito vicino o di poco superiore alla soglia ad adottare comportamenti particolari e negativi per il sistema economico generale.

Infatti, se per i redditi maggiori di 55 mila euro il sistema rimanesse quello vigente, un euro di reddito in più in prossimità della soglia porterebbe a un incremento delle imposte pagate maggiore dell’euro guadagnato. Questo perché, con il sistema attualmente vigente, l’aliquota media pagata sarebbe maggiore del 15% e riguarderebbe tutto il reddito posseduto.

Di conseguenza, vi sarebbe un incentivo molto semplice: non produrre/dichiarare reddito oltre i 55 mila euro, perché non conviene.  Dunque, un maggior incentivo all’evasione e un disincentivo a produrre di più o, nel caso di una famiglia, ad avere più fonti di reddito. Quest’ultimo aspetto potrebbe portare quindi a un’ulteriore riduzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro, dal momento che le donne rappresentano ancora la seconda fonte di reddito familiare.

Pensate che non sia possibile? Che capiranno i problemi di una riforma di questo tipo e modificheranno la proposta? Guardate la “Flat Tax” già in essere per le partite IVA: presenta gli stessi incentivi e le stesse controindicazioni e, quindi, potrebbe essere un indizio delle vere intenzioni di questo governo.

In conclusione, cosa possiamo dire? Entrambe le proposte presentano numerosi difetti. Non semplificano il sistema fiscale, gravano maggiormente sulle fasce di reddito più basse e incentivano una riduzione della produzione e delle dichiarazioni dei redditi. Insomma, niente male.



Fonti:

Atkinson, A. B. “The Basic Income/Flat Tax Proposal.” (1996)

https://www.ilfoglio.it/economia/2019/07/28/news/perche-la-flat-tax-sugli-incrementi-e-sbagliata-e-distorsiva-266791/
https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-flat-tax-e-spese-fiscali-un-bilanciamento-difficile#_ftn12
http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2018/rapporto_coordinamento_fp_2018.pdf
https://www.lavoce.info/archives/60341/tagliare-lirpef-costa-tanto/
https://www.lavoce.info/archives/58146/fase-2-della-flat-tax-un-invito-a-non-lavorare/
https://www.lavoce.info/archives/58551/flat-tax-maneggiare-con-cautela/

Arrexini2

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