Le clausole IVA il ritorno: un Robin Hood un po’ confuso.

Le clausole IVA il ritorno: un Robin Hood un po’ confuso.


Nel precedente articolo vi abbiamo lasciato con l’immagine di uno scenario abbastanza preoccupante: le clausole IVA sono un macigno che ci aspetta a fine anno. Nessun esponente di governo ci ha ancora detto in che modo pensa di evitarle, ma ci è stato semplicemente detto che le eviteremo. Per dirla tutta, nessuno ha ancora sostenuto qualcosa di credibile e realizzabile. Visto che noi al vostro umore ci teniamo, abbiamo pensato di rincarare la dose rispondendo a una semplice domanda: chi verrà colpito maggiormente da questo aumento dell’IVA?

La risposta è abbastanza semplice: l’aumento colpirà maggiormente chi ha di meno.

Ma perché? Perché l’IVA è considerata un’imposta regressiva?

Come prima cosa è meglio chiarire cosa si intende per imposta regressiva e imposta progressiva. Se definiamo aliquota media il rapporto tra imposte pagate e reddito della persona, l’imposta è regressiva se l’aliquota media si riduce all’aumentare del reddito e, viceversa, è progressiva se aumenta all’aumentare del reddito. Prendiamo ad esempio Gianni e John, due amici che lavorano nella stessa città. Gianni guadagna 100 euro di reddito e paga 10 euro di imposte mentre John ne guadagna 200 e ne paga 15. In questo sistema, l’aliquota media di Gianni sarà pari al 10% (10/100*100) mentre quella di John sarà pari al 7.5% (15/200*100). Quindi, dato che John è più ricco ma ha un’aliquota media più bassa, il nostro sistema fiscale è regressivo. Se, quindi, un sistema progressivo è un po’ come Robin Hood (prende più al ricco per, si spera, redistribuire al povero), un sistema regressivo è fortemente iniquo: le persone che stanno peggio pagano, in proporzione al proprio reddito, più di quelli che stanno meglio. Questo elemento di equità è talmente importante che persino l’articolo 53 della nostra Costituzione recita che “… Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Ora veniamo all’IVA, la nostra Imposta sul Valore Aggiunto. Questa è un’imposta indiretta, cioè un’imposta che non colpisce i guadagni di una persona nel momento in cui vengono prodotti ma nel momento in cui vengono spesi dalle persone per il proprio consumo. L’IVA viene pagata da ogni soggetto economico che, nel territorio italiano, acquista un bene o un servizio soggetto a IVA.

A questo punto abbiamo già alcuni elementi importanti: è un’imposta indiretta, colpisce i consumi e, soprattutto, non dipende dai redditi delle persone. Tutti pagano la stessa aliquota e l’ammontare da pagare dipenderà esclusivamente da cosa si compra e da quanto si spende. Fin qui tutto liscio, se consumo pago, più consumo più pago.

Dove sta la regressività?

A prima vista sembrerebbe molto semplice: un ricco consuma di più di un povero e, quindi, paga più imposte; infatti, se uno ha un reddito più elevato è più probabile che consumi di più. Il problema sta nel fatto che ci siamo dimenticati del concetto di aliquota media. Come visto prima, noi non dobbiamo guardare chi paga di più o di meno in assoluto, ma chi paga di più in rapporto al proprio reddito. Dobbiamo dire su chi pesa di più l’imposta.

E qui arriva il punto importante: in rapporto al proprio reddito consuma di più un ricco o un povero?
Un concetto che ci serve dall’economichese è quello della propensione al consumo. Questa è definita come la percentuale di reddito che viene utilizzata per il consumo. In un interessante articolo de lavoce.info, Mariano Bella e Livia Patrignani, nel 2013, hanno utilizzato i dati di Banca d’Italia e dell’Istat per calcolare questo dato. Ne emerso che i cittadini che si posizionano nella parte bassa della distribuzione del reddito, quelli meno ricchi quindi, hanno una propensione al consumo più elevata di quelli ricchi. Il primo quinto della popolazione, infatti, spende in consumo il 118% di quello che guadagna (grazie a sussidi e aiuti statali), mentre quello più ricco ne consuma solamente il 65.5%.
Questo risultato si spiega facilmente se teniamo in mente come le persone decidono quanto e come spendere il proprio reddito. Una famiglia, povera o ricca che sia, può aver bisogno di un televisore, magari la famiglia povera ne prende solo uno mentre la ricca può decidere di comprarne un altro. Dopo aver comprato il secondo, le pareti su cui poter appendere un terzo televisore iniziano a scarseggiare e la famiglia ricca, nonostante si possa permettere di comprarne un altro, non lo fa perchè non sente il bisogno di farlo. Oltre alle televisioni le famiglie comprano cibo e altri beni di consumo che abitualmente vengono consumati nello stesso ammontare tra poveri e ricchi.

Quindi, il povero spenderà tutto il proprio reddito in consumo, perché deve sopravvivere e, delle volte, non gli basterà neanche; il ricco, invece, non spenderà tutto il suo reddito, sia perché non ne avrà strettamente bisogno per sopravvivere, sia perché di televisioni ne ha già appese abbastanza.

L’articolo de lavoce.info stima la propensione al consumo media pari a 76.7%, mentre quelle dei due quinti più elevati della popolazione sono stimate essere 75.9% e 65.5%. Ricordatevi che due quinti più elevati indicano il 40% più ricco della popolazione. Ora, se ipotizziamo che, per semplicità,l’IVA sia pari al 20% per tutti i beni consumati da questi individui avremo che l’aliquota media sarà pari a 15.34% per la famiglia media, 15.18% per quella nel quarto quinto più ricco e 13.1% per quelli nel quinto più ricco.

Quindi, a conti fatti, l’IVA è un’imposta regressiva. In proporzione al proprio reddito, il più povero paga più del più ricco.

Ora forse sarà più chiaro il perché di tutta la preoccupazione che circonda le clausole di salvaguardia e che ci porta a chiedere ai nostri rappresentanti di essere più chiari nelle strategie che intendono percorrere. Perché, sinceramente, si sta scommettendo sulla povera gente, sui consumatori e sui negozianti, sulle imprese e sui lavoratori, e non serve continuare a dire che queste clausole vengono dalla Commissione UE, che è una fantomatica Merkel o un diabolico Juncker a chiederci quei soldi. Le clausole le abbiamo scritte noi, le ha scritte questo governo come le hanno scritte i precedenti e sono lì, nero su bianco, che ci aspettano. E sarebbe veramente paradossale che i più poveri siano costretti a pagare le spese maggiori che i governi hanno deciso di sostenere per aiutare i poveri stessi. In economichese questa cosa ha un nome: partita di giro.




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