Storia di uno schianto annunciato: le clausole di salvaguardia

Storia di uno schianto annunciato: le clausole di salvaguardia


In questi giorni, soprattutto dopo l’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF), si sente spesso parlare di clausole di salvaguardia e di aumento dell’IVA. Abbiamo fatto qualche ricerca e in questo articolo cercheremo di fare un po’ di luce su questo argomento.

Che cosa sono le clausole di salvaguardia?

Le clausole di salvaguardia sono uno strumento che funziona come una sorta di promessa volta a garantire che gli obiettivi di bilancio che lo stato si è imposto vengano rispettati in futuro.

Immaginiamo che il governo si ponga come obiettivo quello di risparmiare 10 miliardi di euro nel giro di 3 anni attraverso delle politiche più o meno complesse e più o meno realizzabili. La clausola di salvaguardia entra in gioco con un ruolo molto semplice: se il governo non riesce a rispettare la promessa allora quei 10 miliardi vengono acquisiti con un aumento automatico delle entrate tributarie. Una sorta di garanzia sul raggiungimento degli obiettivi di bilancio imposti dal governo stesso.


A cosa servono le clausole di salvaguardia?

Il primo governo che ha utilizzato questa strategia è stato, nel 2011, il governo Berlusconi con il Decreto Legge 98/11. In quel periodo di grande crisi serviva infatti una misura che permettesse al governo di ottenere credibilità agli occhi delle istituzioni europee. Questo serviva perché nel 2011 lo spread volava a livelli insostenibili e la fiducia nei confronti della tenuta dei conti pubblici italiani era ai minimi storici. Di conseguenza, le varie promesse di riduzione del debito e della spesa pubblica risultavano poco credibili.

In quel contesto il governo propose un piano di risparmio che contava di ottenere 4 miliardi nel 2012, 16 miliardi nel 2013 e 20 miliardi nel 2014 utilizzando come “assicurazione” le clausole di salvaguardia. Questo risparmio era previsto per legge: se l’Italia non avesse approvato le misure necessarie si sarebbero attivate le clausole. In questo modo il governo diceva: “fidatevi, io voglio davvero ridurre le spese e il deficit, mi dovete solamente dare del tempo, nel caso non ci riuscissi ho già fatto una legge che mi obbligherà a farlo”.

Da qui penso sia chiaro il ruolo fondamentale che questo strumento poteva svolgere: darci il tempo di pensare a come risolvere la situazione garantendo e tranquillizzando gli investitori internazionali.


Come sono cambiate queste clausole nel tempo?

La prima grande modifica dello strumento fu introdotto dal DL 201/11 che prevedeva l’incremento dell’IVA nel caso in cui le clausole non fossero state disattivate. Prima infatti l’aumento automatico toccava altre voci di entrata (le tax expenditures). Questo fu fatto principalmente perché un aumento automatico dell’IVA è più immediato rispetto ad altri tipi di politiche, rendendo questo strumento ancora più credibile.

Successivamente queste clausole sono state ritoccate dai diversi governi, usate in modi diversi e, soprattutto, hanno perso quasi completamente la loro funzione. Questo perché le clausole possono essere disattivate in due modi: con una politica che riesca a ottenere un incremento delle entrate o una riduzione di spesa, oppure tramite un incremento del deficit. In questo secondo caso la promessa non è stata mantenuta: “dovevo trovare i soldi, non li trovo e quindi vado in deficit”.

Dal 2011 in poi, secondo quanto riportato nella Nota n. 02/19 del Centro Studi di Confindustria, si possono individuare due “ere delle clausole”.

Nella prima era, tra il 2011 e il 2014, con i governi Berlusconi, Monti e Letta, sono state attivate clausole per un totale di 40 miliardi di euro. Di questi 40 miliardi 33,6 sono stati sterilizzati e 6,4 sono stati rimandati al futuro. La cosa importante, però, è come le clausole sono state disattivate: l’ 81,25% tramite maggiori entrate o minori spese e il 5,5% tramite deficit. Quindi, in questo periodo, i governi hanno effettivamente mantenuto le promesse.

Nella seconda era, tra il 2014 e il 2018, con i governi Letta, Renzi e Gentiloni, sono state attivate clausole per un totale di 151,1 miliardi di euro così divisi: 74 miliardi fino alla finanziaria 2018 e 77,1 miliardi a partire dalla finanziaria 2019. Come si vede nella tabella, infatti, ogni governo ha sempre modificato, in aumento o in diminuzione, anche le clausole che si riferivano ad anni successivi rispetto alla finanziaria che si stava approvando.
In questa era sono stati neutralizzati 99,7 miliardi di euro, di cui il 30,7% è stato neutralizzato attraverso minori uscite o maggiori entrate e il 69,2% è stato neutralizzato in deficit. Di conseguenza, nella seconda era, abbiamo governi che hanno disatteso le promesse: la maggior parte delle clausole è stata neutralizzata in deficit e, quindi, con un ricorso maggiore al debito.

La conseguenza di questo è stata molto semplice: dal 2015, primo anno in cui si è utilizzato solamente il deficit, le istituzioni europee hanno smesso di considerare queste clausole nelle previsioni. Quindi non ha più senso pensare che sono richieste dall’Europa, dato che la loro funzione di segnale di buona volontà è ormai nulla. Tuttavia questo non vuol dire che si è risolto tutto, quei soldi devono essere trovati, altrimenti scatterà in automatico l’incremento dell’IVA!

Cosa succede adesso?

Il governo Conte, quindi, si è trovato sul groppone già 51,3 miliardi di clausole che fanno riferimento agli anni 2019, 2020 e 2021. Questo calcolo viene da due numeri: le clausole che sono state attivate per gli anni considerati (77,1 miliardi) meno quelle già neutralizzate dagli altri governi (25,7 miliardi).

Ora, nella finanziaria approvata questo dicembre il governo ha deciso due cose importanti: neutralizzare ben 12,5 miliardi tramite deficit (maggior debito) e attivare nuove clausole per 13,1 miliardi. Quindi si arriva a un ammontare per il 2020 e il 2021 pari a 51,9 miliardi.
Se pensiamo che il reddito di cittadinanza si stima costi tra i 6 e i 10 miliardi e gli 80 euro sono costati 10 miliardi abbiamo che il governo ha ribaltato sui suoi successori due redditi di cittadinanza o un “80 euro e un terzo”, pari al 25% dell’intero ammontare di clausole che scadranno tra il 2020 e il 2021.

Ora bisogna aspettare e capire cosa ha in mente il governo. Proviamo a capirlo, abbiamo 3 attori principali:
– Tria, ministro dell’economia e delle finanze: in audizione del Def ha espressamente detto che fin quando non ci saranno alternative le clausole IVA verranno attivate;
– Salvini, a dì Martedì (La7), alla domanda di Floris sul come trovare questi miliardi ha risposto: “ridurremo le spese”. Peccato che, se non si vuole tagliare sanità e istruzione, il massimo che si può trovare pare essere 1 miliardo. Questo è stato confermato dal ministro stesso durante l’intervista;
– Di Maio: per il vicepremier le clausole verranno sterilizzate come sempre. Non si capisce però come.

Le uniche proposte che si sentono portano a un incremento della spesa non a una sua riduzione. Quindi, fino a “provvedimento contrario”, le clausole IVA verranno attivate, come scritto dal governo stesso sul Def.

E anche se fosse?

Qui arriva la parte dolorosa. Se queste clausole venissero attivate l’IVA crescerebbe al 25,2% nel 2020 e a 26,5% nel 2021. Questo significa che nel 2020 l’IVA aumenterebbe di 3,2 punti. Semplificando, se la tua maglietta preferita costa 100 euro nel 2020 costerà 103,2 euro e nel 2021 104,5 euro. E questo vale per tutti i beni sui quali si paga l’IVA ordinaria, l’aliquota ridotta passerà invece al 13%.

Chi ne pagherà le conseguenze?

Tu, semplicemente tu. Tutti i contribuenti che consumano e comprano beni vedranno lievitare il prezzo dei propri beni. Ancora peggio! Come vedremo in un prossimo approfondimento, l’IVA è un’imposta notoriamente regressiva, che colpisce in misura maggiore le fasce deboli della popolazione. Infatti, dato che l’IVA colpisce il consumo, essa colpisce maggiormente coloro che dedicano una parte elevata del proprio reddito allo stesso. Quindi un povero, che non risparmia, verrà colpito maggiormente di un ricco. Attenzione, questo vale per tutti: non ci sono detrazioni, deduzioni, sconti, o contribuenti esentasse.

Quindi, visto che vi ho spiegato un po’ quanto è duro il muro contro il quale stiamo andando a sbattere, che ne dite se iniziassimo almeno a rifletterci? Che ne dite se pretendessimo che i nostri rappresentanti ci spiegassero come evitare questo muro invece di fermarsi al dire che lo eviteremo?

Noi rimaniamo in attesa, sperando che qualcosa si muova e cambi, perché altrimenti sarà un bagno di sangue. O un uovo di pasqua in ritardo, vedetela come volete!




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