Italia: mercato del lavoro e produttività

Italia: mercato del lavoro e produttività


I nuovi dati sull’occupazione rilevati dall’Istat sembrano dare una boccata d’aria al mercato del lavoro italiano: il tasso di occupazione sale 59% ed è il dato più alto dal 1977, anno in cui sono state rese disponibili le serie storiche Istat; a tale tasso corrisponde un numero assoluto di occupati pari a 23 milioni e 387 mila persone. Contemporaneamente il tasso di disoccupazione scende alla soglia psicologica del 10% attestandosi al 9,9%, sebbene ancora lontano dalla media europea.

Un’interessante questione su questi dati è stata sollevata di recente da Andrea Garnero in un articolo pubblicato sulla Lavoce.it: il punto focale è che, a fronte di una bassissima crescita del Pil, sta avvenendo una cosiddetta “Productless recovery”. La ripresa italiana avviene con bassi livelli di prodotto (si veda la poca crescita del Pil) e specialmente con una bassa produttività. Questo vale a dire che se si crea lavoro senza la crescita si ottiene una nuova occupazione di “scarso valore”. Per capire il ragionamento di fondo consideriamo come si calcola il valore del pil reale pro capite: esso può essere espresso come il prodotto tra la produttività media del lavoro e la quota della popolazione occupata. Ciò vuol dire che, in base a questa equazione, il valore del pil reale pro capite può crescere a seguito dell’aumento della quota di popolazione occupata o anche in seguito ad un incremento della produttività.

Ma cosa significa produttività?
Senza addentrarci negli innumerevoli indici tecnici e nelle dinamiche settoriali, definiremo come produttività del lavoro il valore aggiunto per ora lavorata. Questa, come riportato dall’Istat, tra il 1995 e il 2017 ha visto una crescita dello 0,4%, contro una media Ue del 1,6%. La dinamica della produttività in questo periodo è presente nella figura sottostante.

Produttività del lavoro nei paesi europei, 1995-2017, indici 2010=100. Fonte: Istat(2017)

Il problema della bassa crescita della produttività del lavoro è stato affrontato da vari ricercatori, Frank e Bernanke (2010) ad esempio ne scompongono così le diverse determinanti: 

·       Il capitale umano dei lavoratori, in quanto quelli maggiormente formati risultano più produttivi (l’Italia è penultima in Europa per percentuale di laureati e pari, al 2018, al 27,8%, contro una media europea del 40,7%);

·       Il capitale fisico disponibile, in termini quantitativi e qualitativi, determina una maggiore efficienza nella produzione da parte dei lavoratori;

·       Disponibilità di terra, energia e materie prime;

·       Progresso tecnologico, si pensi ai contributi in termini di produttività derivanti da scoperte applicate all’informatica o alla medicina.

·       Un ambiente che favorisca lo sviluppo di una classe imprenditoriale e manageriale efficiente;

·       Il contesto giuridico e politico;

La bassa crescita della produttività del lavoro è, a detta di molti economisti, uno dei più importanti problemi strutturali dell’Italia. Pinelli et al. (2015) si focalizzano sui bassi livelli di capitale umano presenti nel mercato del lavoro, con quota di laureati notevolmente inferiore alle medie UE ed OCSE, nonché ad un clima di difficile sviluppo per l’imprenditorialità a causa di costi nettamente maggiori che funge da proxy (sebbene imperfetta) atta a valutare le debolezze della giustizia civile e della pubblica amministrazione.

Altri elementi importanti risultano i bassi investimenti in ricerca e sviluppo, i quali pesavano al 2013 per il 0,68% del Pil contro una media OECD dell’1,61%, oltre ad un sottoutilizzo del mercato dei capitali, mostrando basse performance italiane in private equity e venture capital rispetto agli altri paesi europei.

Un altro aspetto importante, sollevato da Hassan e Ottaviano (2013) per spiegare la stagnazione italiana, risulta essere l’errata allocazione dei fattori produttivi: tra il 1995 e il 2006 l’Italia ha investito maggiormente su settori con una bassa crescita della TFP (Total Factor Productivity, una misura di quanto efficiente è l’uso di un dato ammontare di capitale e lavoro), esattamente l’opposto di ciò che è avvenuto in Germania.

Gli autori si concentrano sulla bassa applicazione di ICT (Information and Communications Technology) come spiegazione per la bassa produttività italiana e mostrano come dalla metà degli anni Novanta il paese non abbia più retto il passo da questo punto di vista, offrendo come spiegazione quella proposta da Bloom, Sadun e Van Reenen (2012) riguardo come ciò sia da imputare alle pratiche di management: essi definiscono lo “score-z” come misura di analisi del management delle persone, specialmente riguardo la gestione del capitale umano, incentivando prestazioni elevate e migliori risultati, disincentivando le performance con scarso rendimento. 

Come si nota dalla figura soprastante la distribuzione dello score-z è peggiore rispetto a quelle osservate in Germania e Francia e ciò, secondo gli autori, può essere spiegato da diversi motivi: i manager erogano i premi in modo eguale ed indipendente dal livello delle prestazioni, anziché collegare ricompense con le performance ed attribuendo specifiche responsabilità al raggiungimento di obiettivi; inoltre, i dipendenti a bassa produttività sono rimossi raramente dalle loro posizioni.

In conclusione, il tema della produttività italiana è un problema ampio, complesso e che ha radici lontane. Gli spunti di riflessione proposti vogliono essere una rapida sintesi di quelli che sono i principali punti di debolezza del paese, per i quali occorrerebbero azioni politiche strutturali e di lungo periodo al fine di ridare competitività al sistema produttivo italiano. Tuttavia, prima ancora degli interventi, è necessario una presa di coscienza del problema produttività e di come questa sia una delle principali determinanti della crescita, tanto quantitativamente che qualitativamente. Tutte le opzioni per frenare il declino economico non possono prescindere dal trattamento del tema, comprendendo tutte le angolazioni del problema.

Fonti:

Bloom, Nicholas, Raffaella Sadun, and John Van Reenen (2012) “Americans do IT better: US multinationals and the productivity miracle”, The American Economic Review, 102 (1): 167-201.

Corriere.it : https://www.corriere.it/economia/lavoro/19_luglio_02/istat-occupazione-massimi-1977-traino-sono-ultra-50-enni-bfdf17f6-9c89-11e9-b87c-e5d25052c984.shtml

Frank, R. H., Bernanke, B. S., McDowell, M., & Thom, R. (2010). Principi di economia. McGraw-Hill.

Hassan e Ottaviano (2013): https://voxeu.org/article/productivity-italy-great-unlearning

Ilsole24ore: https://www.ilsole24ore.com/art/la-ue-supera-target-40percento-laureati-ma-l-italia-fanalino-coda-la-romania–ABfMiAsB

Lavoce.it: https://www.lavoce.info/archives/41594/mercato-del-lavoro-problemi-che-vengono-da-lontano/

Lavoce.it: https://www.lavoce.info/archives/59964/una-buona-notizia-non-fa-primavera-nel-mercato-del-lavoro/

Pinelli et al. (2013): https://voxeu.org/article/italys-productivity-challenge




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