Insularità e sottosviluppo economico in Sardegna

Insularità e sottosviluppo economico in Sardegna


L’attuale dibattito sullo sviluppo economico sardo sembra essere incentrato sulla condizione geografica della Sardegna. Da circa due anni è attivo un comitato, composto da membri provenienti dall’intero arco politico regionale, il cui obiettivo è quello di promuovere un referendum per l’inserimento del “principio di insularità” nella Costituzione Italiana. Oltre 90.000 le firme raccolte a supporto di tale iniziativa. Quali sono le principali tesi sostenute?

Il comitato ritiene che l’insularità comporti degli svantaggi “naturali” e “permanenti” rispetto alle altre regioni italiane. La disparità – basata su un ritardo nello “sviluppo sociale ed economico”, geograficamente determinato – sarebbe tale da dover essere compensata dallo Stato con interventi infrastrutturali (ferrovie, strade, energia), investimenti in sanità, educazione, alta tecnologia, provvedimenti speciali (fiscalità di vantaggio, continuità territoriale). Questi ultimi potrebbero essere garantiti soltanto dall’inserimento nella Costituzione della Repubblica del principio di insularità.

Il discorso in questione potrebbe collocarsi  entro il filone di pensiero per cui la geografia (l’insularità, nel caso specifico sardo) sarebbe la causa determinante del sottosviluppo economico.

Che ruolo ha la geografia nello sviluppo? Quanto grande è stato il suo peso nella storia sarda?

La tesi geografica del sottosviluppo.

In generale, questa tesi sostiene che il clima, le risorse naturali e la distanza dai centri sviluppati determinino le differenze di reddito tra Paesi (Weil 2007). Acemoglu (2009) ha definito l’ipotesi geografica come quella che lega la crescita economica a ogni fattore imposto agli individui come parte dell’ambiente in cui vivono. Tra gli economisti vi è un’ampia condivisione sul fatto che la geografia sia stata decisiva nell’epoca preindustriale, durante la quale l’agricoltura era dominante e gli scambi commerciali erano ridotti, più o meno vincolati al territorio di appartenenza. Avere accesso al mare – o a fiumi navigabili – era un grande vantaggio per poter ovviare al più costoso trasporto via terra. Tuttavia, durante gli ultimi due secoli, aumentata l’importanza della tecnologia, il ruolo della geografia si è progressivamente indebolito; gli individui sono sempre meno vincolati alle risorse del proprio territorio e possono spostarsi, comunicare e diffondere idee più facilmente. Richard Baldwin (2018) ha descritto questa evoluzione storica come il frutto di due spacchettamenti (“unbundling”). Prima della rivoluzione industriale (1820), gli uomini erano sottoposti alla “tirannia della distanza”; produzione e consumo erano vincolati allo stesso luogo, dati gli alti costi di trasporto dei beni, ridotti dopo l’invenzione della macchina a vapore. Così è sorto lo spacchettamento tra produzione e consumo, incentivando la specializzazione produttiva e realizzando la prima globalizzazione. Dal 1990, invece, grazie alla rivoluzione delle ICT,  ha avuto luogo il secondo spacchettamento, con la riduzione dei costi di comunicazione e circolazione delle idee, dando vita all’attuale fase di globalizzazione. Se la prima ha generato la “grande divergenza” tra l’Occidente e i luoghi distanti dall’epicentro della rivoluzione, la seconda sta generando la “grande convergenza”, riducendo la diseguaglianza tra Nord e Sud globale grazie innanzitutto all’ascesa di Asia Orientale e India. La spiegazione indicata da Baldwin è che la rivoluzione dell’ICT ha permesso all’innovazione di diffondersi, favorendo i Paesi prossimi ai luoghi in cui questa era realizzata, laddove in precedenza restava nel luogo in cui era nata. Inoltre, i processi produttivi hanno potuto svincolarsi dai determinati punti di agglomerazione industriale, per disperdersi grazie alla delocalizzazione con gli investimenti diretti dei Paesi occidentali. Per di più, questo know-how allocato nei Paesi emergenti ha permesso loro di industrializzarsi tramite la produzione di beni indipendentemente dalle risorse locali e integrandosi nel mercato mondiale. Acemoglu (2009 e 2012) ha ridimensionato il ruolo della geografia nelle differenze di sviluppo economico, adducendo diversi esempi concreti di un differente percorso di crescita, malgrado la condivisione di uno stesso territorio o area geografica: Nord e Sud Corea post 1950, Nord America e Caraibi post 1500, la città di Nogales divisa tra Stati Uniti e Messico, SudAfrica e il resto dell’Africa Subsahariana. Secondo il grande economista turco la geografia – come la cultura – non sarebbe un fattore determinante, bensì uno complementare della causa principale dello sviluppo economico: le istituzioni.

La geografia nella storia economica sarda

Negli studi sulla Sardegna, inizialmente fu il clima a essere chiamato in causa come determinante della misera situazione socioeconomica. Tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo, diversi autori individuarono nell’incisività del clima caldo e secco dell’isola e nella presenza della malaria dei disincentivi all’impegno dei sardi nell’attività economica (Galanti 1782, Denina 1807, La Marmora 1839). Nel Novecento, il geografo Maurice Le Lannou (1942) considerò, oltre all’insularità e al clima, anche la conformazione del territorio: la notevole presenza di rilievi e le differenti altitudini avrebbero determinato lo sviluppo di villaggi sardi slegati tra loro, impedendo la realizzazione di un mercato regionale; l’opposizione tra montagna e pianura avrebbe determinato la nascita delle istituzioni rurali, volte a regolare lo scontro inevitabile fra pastori e contadini.

Prendendo in considerazione la distanza, possiamo notare come la Sardegna non sia sfuggita all’evoluzione storica vista nel paragrafo precedente: ovvero, la distanza è decisiva più andiamo indietro nel tempo. Un millennio fa, l’insularità e la posizione dell’isola nel Mediterraneo rispetto al continente erano gli elementi distintivi della Sardegna rispetto alle regioni più sviluppate dell’Europa Occidentale (Boscolo 1978, Ortu 2005): l’assenza di mercato sia all’esterno, a causa dei rischi della navigazione dovuti alle incursioni arabe, che all’interno, in virtù della conformazione territoriale; la scala ridotta dell’economia; i contatti molto deboli con gli altri popoli e la conseguente limitata innovazione. Ciò ha comportato l’impossibilità di generare autonomamente un processo di urbanizzazione, che – ove ebbe luogo nell’Europa bassomedievale, come nelle città del Nord Italia – fu uno dei presupposti della rivoluzione industriale. Durante l’epoca moderna, la Sardegna, priva dell’accesso all’Atlantico –  centrale per l’ascesa di quelle borghesie europee che saranno protagoniste delle rivoluzioni nazionali e della rivoluzione industriale – aveva un accesso limitato al mercato mediterraneo, segnato dall’interesse discontinuo della Spagna nei confronti del suo grano, risorsa capace di garantire i profitti maggiori se commercializzata ma ritenuta di qualità inferiore rispetto a quello fornito dalla Sicilia o dal Meridione d’Italia (Anatra 1987, Tore 2004, Manconi 2010).

Oggi possiamo notare come la maggioranza delle regioni continentali del Meridione e la Sicilia, in teoria più favorite dalla geografia, hanno un PIL pro capite più basso della Sardegna; inoltre, è dal 1891 che la nostra isola ha un reddito pro capite più alto della media del Mezzogiorno (Felice 2015). Al contrario, durante il passato preindustriale protrattosi almeno sino allo sviluppo del triangolo industriale nel Nord-Ovest e all’ascesa dell’industria mineraria nell’isola, nell’ultimo trentennio del XIX secolo, il Sud fu più ricco della nostra isola, dato l’inserimento più profondo nel mercato mediterraneo e il maggiore sviluppo agricolo. Questa è la ragione principale per cui agli albori dell’Unità d’Italia, nel 1857, la Sardegna era l’ultima regione italiana per produttività agricola, solo 23 lire per ettaro, molto distante dallo Stato Pontificio e dal Regno delle due Sicilie, con – rispettivamente – 68 e 81 lire per ettaro (Felice 2015).

Da quanto tempo la geografia, in particolare l’insularità, dunque, non è più un elemento determinante nel sottosviluppo economico sardo?

Un recente studio di Anna Missiaia (2019) ha mostrato come, nel periodo 1871-1911, la localizzazione industriale in Italia sia dipesa più dalla disposizione di fonti energetiche (risorse idriche e potenza idroelettrica) e dalla dotazione di capitale umano  che dal mercato internazionale e dunque dalle distanze regionali da questo. Infatti, il mercato totale a cui la Sardegna poteva teoricamente accedere, per tutto il periodo in questione, è stato più alto della media italiana. Misurando questo “mercato potenziale” in termini di PIL, possiamo notare come il divario aumenti progressivamente (3.895 contro una media statale del 3.735 nel 1871; 20.340 contro una media statale di 17.602 nel 1911), risultando invece inferiore alla media (a esclusione del 1901) considerando soltanto il mercato italiano. Al contrario, la Sardegna era all’ultimo posto fra le regioni italiane per quanto riguarda la potenza energetica, nonché  notevolmente sotto la media italiana per disponibilità di credito (penultima regione nel 1911) e alfabetizzazione. Tutti elementi che non chiamano direttamente in causa l’insularità.

L’insularità nella geografia economica

Come possiamo definire l’insularità? Manuela Deidda (2015) ha descritto la condizione insulare con tre caratteristiche: piccole dimensioni del mercato; perifericità; lontananza. Tale condizione si traduce in altrettanti problemi: impossibilità di usufruire di economie di scala, esposizione al potere monopolistico od oligopolistico di imprese esterne, distanza dai principali mercati di import/export a causa degli alti costi di trasporto e comunicazione. Fabio Cerina (2015) la definisce come una lontananza addizionale (data la restrizione dei mezzi di trasporto utilizzabili), per quanto essa non sia un attributo soltanto delle isole. La teoria economica si è occupata anche di spiegare la relazione tra le attività economiche e il territorio, specie le cause della loro localizzazione. Per comprendere se l’insularità ostacoli o meno lo sviluppo economico, dobbiamo dare uno sguardo agli studi più recenti entro due branche della disciplina: la Nuova Geografia Economica e la geografia dell’innovazione.

La NGE studia come le imprese si distribuiscono nello spazio spinte da forze di agglomerazione e di dispersione, mediate dai costi di trasporto e dalle dimensioni di mercato. Accedere a un mercato più ampio permette di usufruire delle economie di scala (aumentando i beni prodotti, dati i costi fissi dei macchinari, crescono i profitti) e di produrre per una domanda più grande; ciò conduce le imprese a concentrarsi in un determinato luogo. Tuttavia, oltre una certa soglia, più le imprese crescono in un territorio circoscritto, più la concorrenza lede i profitti delle stesse, ora spinte ad allontanarsi dalle altre, disperdendosi per diverse aree in cui esercitare un maggiore potere monopolistico a livello locale. Cerina (2015), applicando questo impianto teorico, ha affermato che la condizione insulare da un lato riduce l’attrattività, rendendo l’import/export più costoso, dall’altro la aumenta, proteggendo il mercato locale dalla concorrenza. La distanza da un mercato internazionale può danneggiare la capacità insulare di esportare. Ridurre i costi di trasporto, quindi, porterebbe dei benefici per imprese (possono trasferirsi sul continente più agevolmente) e consumatori locali (possono acquistare a basso prezzo), inoltre l’attrattività aumenterebbe se tali costi fossero più bassi che in altre regioni (più imprese, da altre regioni, possono trasferirsi nell’isola).

Il limite della NGE è quello di essere adatta a un contesto dominato dalle imprese manifatturiere, più vicino al modo di produzione occidentale precedente la rivoluzione ICT. Lo stesso Paul Krugman, padre di questo approccio, ha riconosciuto che oggi, nella nuova economia dei servizi ad alta tecnologia, contano più le esternalità della conoscenza (i benefici non voluti della diffusione delle idee) che i costi di trasporto (Krugman 2011, vedi anche Sunley 2012). Perciò è necessario ricorrere alla geografia dell’innovazione, che spiega come l’attività tecnologica si localizzi su un territorio, quali sono le caratteristiche che rendono le regioni capaci, o meno, di produrre innovazione o assorbire la conoscenza prodotta altrove. Sebbene si sappia ancora molto poco (Audretsch, Feldman 2004), sono stati prodotti diversi studi interessanti per quanto riguarda l’Unione Europea. Questi ci dicono come la distanza geografica sia soltanto uno dei fattori che entrano in gioco e non il più importante: contano di più la somiglianza tecnologica e istituzionale fra le regioni, oltre che la creazione di reti organizzative e sociali tra agenti economici di territori differenti (Marrocu, Paci, Usai 2013, 2014). La rilevanza di tali caratteristiche “a-spaziali” ci fa comprendere come la distanza geografica, quindi l’insularità, abbia un peso sempre minore nel determinare il sottosviluppo economico di una regione. Inoltre, soffermandoci sulla distanza, è stato notato come essa pesi di più entro i confini di uno stesso Stato, dato che i sistemi statali dell’innovazione sono più forti di quello europeo (Moreno, Paci, Usai 2005; Paci, Usai 2008). Dunque, tenendo conto che gli investimenti in R&D e capitale umano permetterebbero di aumentare la capacità di una regione di assorbire l’innovazione generata altrove, è evidente come il problema, più che con l’insularità (condizione naturale permanente), abbia a che fare con una marginalità della nostra isola (come del Mezzogiorno) generata da meccanismi politici.

Conclusioni

Tenendo conto della teoria economica, entro le sue differenti branche (teoria dello sviluppo, storia economica, geografia economica), non possiamo affermare che l’insularità sia una causa di sottosviluppo permanente, data l’abbondante riduzione dei costi di trasporto e di comunicazione negli ultimi decenni. Per quanto l’applicazione del principio di insularità, secondo l’intento del comitato, possa garantire qualche beneficio generale (per esempio, tramite l’erogazione di un sussidio alle compagnie dei trasporti per ridurre il loro prezzo ai cittadini) o a una determinata categoria (quali aiuti di Stato a fabbriche in crisi, in deroga alle norme europee a difesa della concorrenza), non possiamo affermare che esso possa portare alla riduzione del divario di sviluppo economico fra la Sardegna e le regioni più ricche dell’Europa Occidentale.

Data l’importanza oggi assunta dai nuovi settori ad alta tecnologia e dalla conoscenza, ogni considerazione sullo sviluppo della Sardegna dovrebbe partire dalla capacità o meno della nostra isola di accedere alle innovazioni prodotte altrove, oppure di  generarle internamente. Oltre alla palese necessità di aumentare i finanziamenti in R&D e capitale umano, vi è dunque un problema a monte riguardante il sistema produttivo sardo e il suo commercio internazionale. Come può assorbire innovazione una regione su cui pesano enormemente settori come l’amministrazione pubblica (28,4% PIL contro una media italiana del 20,5%) e l’immobiliare (33,8% degli investimenti, contro una media italiana del 27,9%)? Come può investire in innovazione un sistema economico in cui le microimprese sono la quasi totalità (96,6%) e su cui confluiscono il 63,5% degli addetti? A che servirebbe ridurre i costi di trasporto se le esportazioni sarde sono composte per la quasi totalità (83%) di petrolio raffinato(Rapporto CRENOS 2019)? Forse, dovremmo iniziare a invertire il nesso causale: la Sardegna è sottosviluppata in quanto è un’isola, oppure la condizione insulare diventa un problema nella misura in cui la Sardegna è sottosviluppata?

Troppo complessi i problemi dell’economia sarda e troppo facile che la loro soluzione debba venire dall’inserimento di un nuovo comma nella Costituzione Italiana. Oltre a ciò, sarebbe necessario ampliare queste riflessioni con un approfondimento su come un articolo della Costituzione possa contribuire alla crescita economica di una regione e se l’applicazione del principio d’insularità per le regioni ultraperiferiche dell’Unione Europea abbia sortito qualche risultato notevole, in termini di riduzione del divario con le regioni europee più sviluppate.


 Andrea Pili


Bibliografia

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David Weil, Crescita economica, Hoepli (2007)

Arrexini2

1 commento finora

Insularità: equivoco storico, falso problema e diversivo politico ~ SardegnaMondo Scritto il12:45 pm - 17 Gennaio, 2020

[…] un articolo sul blog Arrexini² Andria Pili torna sulla questione “insularità in costituzione”, […]

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