Fast fashion e lavoro sfruttato: il vero valore dei vestiti a basso costo

Fast fashion e lavoro sfruttato: il vero valore dei vestiti a basso costo


Sembra così lontana la storia di Iqbal Masih, pakistano, operaio, bambino ma soprattutto sindacalista e attivista per i diritti dei lavoratori, nonché simbolo internazionale della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile. 

Simbolo, perché altro non puoi essere, quando inizi a lavorare a 4 anni, quando poi a 5 vieni venduto da tuo padre per un debito di appena 12 dollari.

Simbolo, perché sviluppa sin da piccolo una coscienza tale da farlo scappare dai ritmi incessanti delle 12 ore della fabbrica dove vive incatenato, sottonutrito, picchiato e maltrattato insieme agli altri piccoli compagni di lavoro.

Simbolo, perché ucciso in una sparatoria da quella stessa “mafia dei tappeti” che aveva combattuto fino all’ultimo dei suoi giorni, volando da una parte all’altra del mondo.

Nel mondo di oggi sono circa 150 milioni i bambini-schiavo che lavorano ed hanno impieghi più o meno faticosi, bambini a cui è stato negato il diritto all’infanzia e precluso, quindi, quello ad un futuro. 

Secondo il rapporto ILO sullo sfruttamento minorile, sono 74 milioni i bambini impegnati in lavori ad alto rischio a contatto con sostanze, macchinari ed attrezzi pericolosi. 

C’è un settore in particolare dove viene sfruttato il lavoro minorile e che assume una certa importanza perché riguarda la nostra vita di tutti i giorni: parliamo dell’industria tessile e dei capi di vestiario.

Tra i tanti volti e le tante storie che possiamo leggere e vedere nei documentari, ci sono ad esempio quelle delle giovani donne e bambine assunte secondo lo schema dello “Sumangali”. Secondo questo sistema, le donne che lavorano nei telai vengono letteralmente rinchiuse tra i 3 ed i 5 anni all’interno delle fabbriche, con ritmi di lavoro estenuanti e paghe da fame. Paghe che vengono poi erogate dai “datori di lavoro” alla fine del contratto e che, spesso, vengono utilizzate come dote per il matrimonio.

Non dico niente di nuovo, infatti, nel ricordare che i più grandi marchi della moda sono soliti delocalizzare in paesi come India, Pakistan o Bangladesh per abbattere i costi di produzione e, talvolta, sfruttare legislazioni sul lavoro molto più elastiche e permissive di quelle dei paesi industrializzati.

La delocalizzazione è sfruttata soprattutto dai marchi che propongono capi low-cost e che puntano al mercato del Fast Fashion, nel quale il design dei capi di abbigliamento passa molto rapidamente dalle passerelle al mercato, con la particolarità ed il pregio di essere accessibile a tutte le tasche.

Questa novità ha spinto il mercato (imprese e famiglie) a cambiare le proprie attitudini di acquisto e vendita. I consumatori sono diventati sempre più propensi a disporre di una maggiore varietà di prodotti e sempre più allettati dalla soddisfazione derivante dall’acquisto di capi a basso costo e all’ultima moda. I produttori, invece, hanno dovuto adattarsi ad avere catene di produzione sempre meno costose e più veloci, sottoponendo spesso i sottoproduttori ad una competizione sfrenata che ha favorito la compressione salariale e – malgrado l’esistenza di leggi a protezione dei minori – la schiavitù minorile.

Lo sfruttamento della manodopera minorile altro non è, infatti, che un sottoprodotto della povertà. Possiamo anzi dire che, se è vero che la povertà genera sfruttamento dei minori, anche lo sfruttamento dei minori non sradica la povertà. 

Se togliamo gli adolescenti ed i bambini dalle scuole, l’ovvia ricaduta a lungo termine per quei singoli altro non sarà che il mantenimento di  uno standard di vita piuttosto basso, senza possibilità di mobilità sociale e con la condanna ad uno stato di semianalfabetismo per il restante corso della propria vita.

Quali sono, allora, le soluzioni?

C’è chi propone il “boicottaggio” delle aziende che notoriamente producono sfruttando lavoratori, mettendo a rischio le loro vite. Personalmente, però, credo che “l’acquisto consapevole” possa coinvolgere solamente pochi e “fortunati” consumatori. Rinunciare a quei prodotti ed a quei prezzi significa, spesso, dover rinunciare ad acquistare completamente. Penso, ad esempio, a quei 5 milioni di italiani in stato di povertà assoluta, ma anche ad una normale e semplice famiglia a basso reddito che non può – monetariamente parlando – permettersi di comprare una maglietta, un pantalone, un paio di scarpe prodotte magari in Italia ed a prezzi nettamente più alti. Quello che possiamo iniziare a fare, da questo versante, è però avere coscienza – quasi piena – dei nostri i acquisti.

Probabilmente, invece, qualcosa lo stanno facendo le Organizzazioni Internazionali. A partire dall’Unicef, che insieme alla Banca Mondiale promuove instancabilmente la ricerca e prova a proporre soluzioni legislative e controlli più pressanti nei paesi in via di sviluppo coinvolti dal fenomeno.

E lo fa a partire dalla consapevolezza che gli interlocutori principali per cercare di arginare la problematica altri non possono essere che gli stessi bambini lavoratori, promuovendo così, anche in Italia, il Coordinamento sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PIDIDA).

Perché sì, sembrerà pure così lontana la storia di Iqbal Masih, ma sarà per sempre ricordato come un simbolo e, soprattutto, come un esempio: un esempio di ribellione e presa di coscienza dei terribili rapporti di produzione, non solo fra imprenditore e lavoratore, ma anche fra paesi industrializzati e non. 

Perché nei 5 euro della maglietta economica e alla moda c’è anche il prezzo, insopportabile, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.




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Fonti:

https://donna.fanpage.it/e-lotta-allo-sfruttamento-del-lavoro-minorile-nella-moda-l-iniziativa-dell-unicef/

https://www.artwave.it/moda/il-volto-nascosto-della-moda-lo-sfruttamento-della-manodopera/

https://www.unicef.it/doc/364/lavoro-minorile.htm

https://www.ilo.org/rome/pubblicazioni/WCMS_671158/lang–it/index.htm

http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2019/03/24/fashion-victims-le-operaie-schiave_9b0737cd-ad49-4b39-8986-f953188d2e07.html

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