Dalla parte degli Ultimi: intervista a Marco Omizzolo

Dalla parte degli Ultimi: intervista a Marco Omizzolo


Nella moltitudine di vicende che stiamo vivendo durante la pandemia di Covid-19, di particolare interesse e importanza risulta essere la questione dei braccianti e dei lavoratori della filiera agricola, nonché del relativo dibattito sulla regolarizzazione degli immigrati irregolari: quest’ultimo è improntato, secondo la bozza del decreto legge, su considerazioni di ordine economico, produttivo ed epidemiologico. Tuttavia rischia di tralasciare la componente umana e i diritti spesso negati ad una comunità di lavoratori preda di sfruttamento, disagio e paura. Rimettere al centro questa prospettiva e ripensare i cardini del dibattito sulla regolarizzazione: sono questi i temi affrontati nell’intervista al sociologo Eurispes Marco Omizzolo, tra i massimi esperti italiani sul tema e autore del libro Sotto padrone (Feltrinelli).

A fine gennaio il rapporto di Hilal Elver, inviata delle Nazioni Unite ed esperta di diritti umani, ha tracciato un quadro fosco sulla situazione dei lavoratori della filiera agroalimentare: orari eccessivamente lunghi, salari troppo bassi per coprire i loro bisogni elementari, migranti lasciati senza documenti, dunque privati della possibilità avere accesso ad un lavoro regolare o di affittare un locale decente dove vivere. Può dirci qualcosa in più sulla condizione dei lavoratori in queste difficili circostanze?

“Ho avuto la fortuna di accompagnare l’Alto Commissario soprattutto nel Pontino e nell’Agro Pontino, e con lei abbiamo osservato diverse situazioni nel territorio: ciò che lei ha rappresentato a livello nazionale è davvero il quadro che emerge da questa ricognizione territoriale. La situazione è difficile perché non vi è solamente la dimensione di sfruttamento strettamente economica, quindi il  fatto che si lavori molte ore per pochissimo, ma si vive una condizione strutturale di subordinazione, sfruttamento, emarginazione soprattutto in alcune aree specifiche: penso a Rosarno, Castel Volturno, l’area della Capitanata. Gli uomini e le donne che abbiamo incontrato spesso ci raccontano di ricatti, intimidazioni, violenze a volte anche fisiche di diversa natura e che si manifestano durante gli orari di lavoro, quindi durante la raccolta o trasformazione del prodotto agricolo, ma  anche nelle fasi successive: si viene chiamati a volte la sera tardi, dopo quattordici ore di lavoro, per tornare nei campi a svolgere mansioni diverse come continuare la raccolta o avviare i macchinari in caso di serra. Insomma, il tempo di vita diviene subordinato alla volontà del datore di lavoro.  A questo si aggiunge l’obbligo per il  lavoratore di chiamare il proprio datore di lavoro “padrone”: questo è un concetto sul quale io batto spesso perché rappresenta non soltanto una deviazione psicologica da parte di alcuni criminali, ma anche la manifestazione di un rapporto sbilanciato di potere in cui al vertice c’è non il datore di lavoro che rispetta le regole, bensì un “padrone”, che ambisce ad essere riconosciuto come tale anzitutto sul piano lessicale. Proprio qualche giorno fa, il 23 aprile, in piena emergenza Coronavirus,  la questura è intervenuta presso  due aziende agricole in provincia di Latina, e ha rilevato quanto segue: oltre un centinaio di braccianti – indiani, africani, bangladesi, italiani – che lavoravano per più di  dodici ore al giorno senza alcun genere di protezione, spesso nel fango o sotto l’acqua, per retribuzioni comprese tra i 500 e gli 800 euro, reclutati attraverso caporali – poi, fortunatamente, arrestati-; vivevano dentro furgoncini, con norme di distanziamento inesistenti e in condizioni igieniche precarie, il tutto sotto minacce continue.
Questa è la rappresentazione pratica di quel che si è detto in precedenza, non è un’eccezione, ed è il quadro raccontato dalle Nazioni Unite e ogni anno dal rapporto Agromafie di Eurispes, nonché da molte inchieste giornalistiche e universitarie. E’ dunque un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale, endemico e sistemico, cioè dentro il sistema di produzione e non frutto di un’attività criminale di pochi o di un sistema marginale, ma è ormai dentro la colonna vertebrale del sistema economico nazionale. Tant’è vero che i numeri ci dicono che esistono almeno 430 mila persone che solo in agricoltura vivono condizioni di sfruttamento lavorativo e di disagio abitativo.”

In che modo la pandemia ha influenzato la vita quotidiana in queste realtà?

“In modo diverso a seconda delle filiere: alcune hanno smesso di lavorare, determinando una crisi radicale sia del sistema di impresa che del sistema di lavoro;altre lavorano molto meno, questo significa che il bracciante lavora meno giornate e vive una crisi economica ma non sanitaria; ci sono infine altre filiere che hanno incrementato la produzione determinando un aumento dello sfruttamento lavorativo.  Alcuni imprenditori sono consapevoli di un fatto fondamentale: le attività di controllo delle forze dell’ordine sono indirizzate al rispetto delle norme di distanziamento previste dal DPCM da parte della popolazione, ma non ci sono controlli specifici nelle aziende. Questo significa che l’imprenditore sa che il sistema dei controlli in questa fase è sospeso, cosa che gli consente  di accelerare lo sfruttamento lavorativo sulla sorta di impunibilità di fatto:  ne conseguono più ore lavorative, retribuzioni reali minori, norme di sicurezza che saltano, aumento considerevole delle forme di ricatto sui lavoratori e le lavoratrici, e tutto questo aggrava una situazione già drammatica. Dipende molto dalla filiera che prendiamo in considerazione: quella lattiero-casearia è oggettivamente in difficoltà, quella ortofrutticola – specie quando legata alla grande distribuzione – sta aumentando la produzione, in alcuni casi accompagnata da un aumento dello sfruttamento della manodopera e da attività lavorativa senza mascherine, senza guanti, senza distanziamento. Tutto questo impone una profonda riflessione.”

La bozza del decreto legge concordata tra i ministri di Agricoltura, Lavoro e Interni ha ravvivato il dibattito sulla regolarizzazione: la ratio è quella di tamponare la mancanza di manodopera, attenuare il rischio di nuovi focolai del virus, attuare la sorveglianza epidemiologica necessaria nella fase 2. Tuttavia i meccanismi di attuazione sembrano piuttosto complicati, causa iter burocratico. Cosa ne pensa?

“Sono a favore di una regolarizzazione che non risponda all’idea del “regolarizzo perché sono utili” ma di una regolarizzazione ampia -che non riguardi solo i braccianti stranieri privi di permessi di soggiorno- in ragione di un altro principio: i diritti sono diritti inalienabili, come il diritto alla salute, il diritto a lavorare in un ambiente sano, il diritto di parola. Perciò sposto l’ottica dal “li regolarizzo perchè ci servono” al “li regolarizzo per questioni di diritto e di riconoscimento della loro titolarità rispetto a diritti fondamentali”, partendo dal diritto alla salute, specie in questa fase. Ciò di cui si sta parlando oggi sono ancora soltanto bozze, perciò su questo punto  preferisco attendere i testi definitivi perché è su quelli che si gioca la partita vera. E’ di tutta evidenza che noi dobbiamo elaborare non solo testi di regolarizzazione, ma anche delle procedure fondate sulla trasparenza e sulla rapidità: non si devono ripetere errori del passato, in cui la regolarizzazione ha aperto – e, a volte, anche rafforzato – alcuni sistemi criminali in capo a soggetti che ne hanno approfittato per ottenere profitti illeciti, ma soprattutto perché si faccia presto: non possiamo pensare di regolarizzare fra un anno e mezzo, dobbiamo farlo tra due mesi o forse prima. E dobbiamo regolarizzare, ripeto, coloro che vivono più ai margini perché più esposti a sfruttamento e alla marginalizzazione, che alla fine risultano essere l’anticamera di violazione dei diritti fondamentali. Ecco perché io, tra le proposte, sostengo che la politica oggi debba tornare a discutere di come – perché questo dev’essere l’obiettivo – cancellare il Decreto Sicurezza, il quale ha determinato l’eliminazione  del permesso di soggiorno per motivi umanitari portando – spesso, non sempre – tra le braccia di caporali, criminali e sfruttatori varie centinaia e centinaia di persone che prima erano nella legalità dei percorsi di emancipazione e formazione, e che si sono trovate assolutamente ai margini. Non dobbiamo regolarizzare solamente per questioni di Diritto, per sottrarli a quei percorsi di sfruttamento, ma dobbiamo anche chiudere i rubinetti di quelle leggi che producono l’emarginazione. Tutto questo deve essere fatto in tempi celeri e con procedure trasparenti e garantite da più parti: dobbiamo dare il potere di regolarizzazione a più soggetti, penso alle categorie datoriali, sindacali, istituzionali. Questi tre soggetti devono monitorare ed entrare dentro il processo, perché c’è una proposta che indica la regolarizzazione secondo l’iter per il quale  è il datore di lavoro  – in esclusiva – a presentare  domanda di regolarizzazione di un proprio lavoratore; questo meccanismo, però, replica di fatto quel potere esclusivo in capo al datore di lavoro, il quale può approfittare della nomina del lavoratore per ottenere ricompense in termini economici e di potere, ricompense che di fatto aggraverebbero la condizione di sfruttamento.”

Dalle colonne de Lavoce.info, Tito Boeri ha proposto una regolarizzazione immediata basata sulla semplice richiesta dello straniero del permesso di soggiorno: la sola ricevuta della richiesta dovrebbe bastare affinché possa svolgere attività lavorativa, iscriversi all’anagrafe e al Servizio Sanitario Nazionale. Potrebbe funzionare?

“Da un punto di vista tecnico questo potrebbe funzionare, a patto che vi sia un’attenzione specifica rispetto a tutti quei casi che sono già dentro processi giudiziari. Chiaramente, la regolarizzazione non deve comprendere tutti quei soggetti che hanno una responsabilità penale in corso di accertamento. Non vorrei che la regolarizzazione fosse un’occasione per mettere in regola regolarizzare il criminale che è accusato, per esempio, di caporalato o di grave sfruttamento lavorativo. Torno a ripetere, per me è fondamentale che vi sia una sorta di camera di compensazione – cioè un luogo di incontro tra mondo del lavoro, dell’impresa e delle istituzioni – con una prospettiva che dev’essere quella di allargare il campo a tutti coloro che possono beneficiare di questa regolarizzazione. La procedura descritta da Tito Boeri rischia di essere estremamente semplice, ma in linea generale è la strada che dobbiamo percorrere facendo attenzione ai singoli casi.”

Un recente articolo del sindacalista Aboubakar Soumahoro ha posto enfasi sul fatto che impostare il dibattito sulla regolarizzazione secondo i paradigmi dell’emergenza, tanto economica quanto sanitaria, finisca per svilire in qualche modo il ruolo dei braccianti, fino a ieri quasi invisibili. Provando a slegarci dalla politica attuale, chiediamoci se gli interventi legislativi futuri non debbano essere più coraggiosi.

“Assolutamente. Abbiamo una politica che spesso non ha una visione, quando noi invece abbiamo necessità di una visione del paese. Io credo fermamente nel dovere di cancellare i Decreti Sicurezza, ma questo lo sostiene anche Amnesty International con lo studio “i sommersi dell’accoglienza”, il quale fa il quadro sui Decreti Sicurezza e sulle conseguenze sociali ed economiche negative  sul fronte del nostro sistema di accoglienza e sulle condizioni di vita di decine di migliaia di beneficiari di permessi di soggiorno per motivi umanitari e che, come dicevo in precedenza, cadono vittima come minimo di povertà, se non di sfruttamento.  Per questo penso che si debba tornare a parlare di una nuova legge sulla cittadinanza, oltre che di una riforma completa che regolamenti i flussi migratori: abbiamo ancora una normativa vecchia che risponde a logiche ormai superate, il mondo è fortemente cambiato ed è molto più complesso che in passato, perciò le norme necessitano un cambiamento; penso per esempio al decreto flussi, che non funziona e che deve essere aggiornato.  Dinanzi a queste prospettive, negli ultimi quindici anni  la politica è stata sbilanciata o su visioni molto limitate – come quelle sovraniste -, oppure su una timidezza di fondo che ha portato a normative non attuate. Dobbiamo invece avere il coraggio di guardare al migrante innanzitutto come uomo e donna, e di considerarlo non un invasore che produce un’emergenza, ma un soggetto che ha diritto all’accoglienza e ad entrare in un percorso che può significare anche l’espulsione nel momento in cui, per esempio, commette un reato o viene riconosciuto come non titolare di quel diritto. La possibilità di iniziare un percorso è una possibilità che questo stato democratico gli deve riconoscere. Io ritengo che la difesa di questo principio/valore da cui discende una visione sia strettamente connessa alla radice della nostra democrazia che è fondata sul famoso “non accada mai più”, quindi mai più campi di concentramento e di sterminio: la nostra legislazione sul tema dell’accoglienza è proprio fondata sull’idea per cui chi scappa da dittature e da persecuzioni deve trovare in questo paese, in questa Europa, sempre accoglienza; se noi cambiamo la natura di questo principio effettuiamo, anche dal punto di vista politico, una sorta di revisionismo pericoloso, specie in questa fase.”

Voto col portafoglio: in attesa di sviluppi normativi, i cittadini possono influenzare positivamente le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti agricoli tramite scelte di consumo? In che modo?

“In termini generali potrei dire di sì, ma metto anche in allerta rispetto a un’eccessiva enfasi su questo punto. Il consumatore può certamente condizionare la dinamica del mercato e quindi del lavoro anzitutto se esce dall’agire individuale ed entra in quello collettivo. Il consumatore come soggetto singolo è fragilissimo, ma come soggetto collettivo è più forte e quindi ha maggiore potenza di spesa e di influenza verso il mercato del lavoro, orientandosi dal punto di vista non tanto e non solo etico bensì della conoscenza. Prima che consumatori siamo cittadini, e il mio condizionamento del mercato non deve aspettare che io indossi i panni del consumatore, posso infatti intervenire prima di tutto nel mio agire quotidiano, nella mia capacità di approfondire dei temi, di partecipazione  al dibattito anche territoriale portando temi e avanzando proposte anche riguardanti la politica locale come, per esempio, in riferimento alla costituzione di parte civile dei singoli comuni nei processi che riguardano forme di sfruttamento e caporalato nel proprio territorio. Ci deve essere un’azione a monte che rimandi l’idea di una cittadinanza attiva, partecipe e collettiva, che può comprendere la dimensione del consumo ma non si esaurisce in questa. Anche perché rischiamo di sottovalutare tante situazioni: immagino un’ampia platea di pensionati anziani che, chiusi nella dinamica unica del consumatore-consapevole e in ragione della loro limitata capacità di spesa, avrebbero in tal senso un rilievo marginale, poiché una persona anziana con 600 euro di pensione non può comprare il prodotto del mercato bio rispetto a quello che trova al supermercato sotto casa. Questo è un punto che noi non possiamo sottovalutare: dobbiamo fare nostra l’idea della cittadinanza attiva, che comprende il consumo ma non si esaurisce in esso, ed è per questo che bisogna  tornare a parlare di partecipazione collettiva. Se invece ci limitiamo  a pensare che il singolo individuo con le sue sole scelte di consumo riesca a condizionare il mercato, replichiamo l’idea individualistica per cui il soggetto piccolo riesce a condizionare quello grande, e questa è utopia.”




https://www.inmigrazione.it/it/socie-e-soci/marco-omizzolo

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-regolarizzazione_it_5e9d6d9ac5b69ca6e1989689

https://www.lastampa.it/cuneo/2020/04/05/news/mancano-due-mesi-all-inizio-della-raccolta-della-frutta-assumete-come-braccianti-solo-disoccupati-italiani-e-chi-ha-il-reddito-di-cittadinanza-1.38682871

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