Coste sarde: turismo sostenibile o politica edilizia?

Coste sarde: turismo sostenibile o politica edilizia?


Durante l’emergenza pandemia in Sardegna, soltanto un argomento è riuscito a far breccia nel dibattito politico isolano: l’eventualità di nuove costruzioni sulle coste. Oggetto della discussione è stata la delibera regionale del 1 aprile, nella quale si dichiarava  il “preminente interesse generale e di rilevanza regionale” dell’intervento proposto dal comune di Castiadas per la creazione di un albergo nella località di Monte Turnu. Tale intervento è stato associato alla riqualificazione di un Hotel a Piscinas, nel comune di Arbus, in quanto entrambi fanno parte di una proposta unitaria – mobilitante circa 24 milioni di euro tra fondi pubblici e privati – che, nel 2017, ricevette il parere positivo della Direzione generale dell’Assessorato al Turismo, per cui fu stipulato un contratto di sviluppo con Invitalia. Il progetto di Castiadas riguarda un’area di proprietà della società lombarda Domus Sardinia Srl di dimensione pari a 71.445 mq, di cui 59.288 mq in una “zona urbanistica turistica” e i restanti 12.157 mq in una zona prossima alla costa. Entro quest’area verrebbe realizzato un albergo di 10.000 metri cubi, di cui 8.340 destinati a ospitare i turisti. La delibera si pone l’obiettivo di “colmare una lacuna oggi presente nell’offerta turistica del Sarrabus e dell’Arburense, dove risultano quasi assenti le strutture ricettive di gamma alta, e asseconda il trend positivo di crescita in tale settore”; inoltre, si afferma che a Castiadas si creerebbero 70 posti di lavoro diretti e 20 di indotto. La decisione è stata fortemente attaccata dall’opposizione consiliare e dall’associazionismo ambientalista, per cui i due interventi rappresenterebbero una minaccia per la salvaguardia delle coste, della fauna e della vegetazione delle dune di Piscinas.

Tra i punti espliciti del programma dell’attuale Giunta di centrodestra vi è quello di una nuova “pianificazione urbanistica”. L’assessore Quirico Sanna,  affermò in un’intervista (La Nuova Sardegna, 24/08/2019) la necessità di liberare l’economia sarda da “categorie rigide”, permettendo anche di costruire sulle coste purché ciò faccia espandere il turismo di alta qualità. A seguito delle polemiche, il presidente Solinas, con la delibera del 10 aprile, ha infine ritirato la precedente . L’autorizzazione al progetto, tuttavia, era stata già concessa dalla vecchia Giunta di centrosinistra. La continuità mostra che l’idea di nuove costruzioni sulle coste è molto ricorrente e sentita nella politica sarda, tanto da provocare anche scontri interni agli stessi opposti schieramenti. Il conflitto teorico oscilla sempre tra lo sviluppo economico (la crescita dell’occupazione o di nuove opportunità per le imprese del settore turistico ed edilizio) e la difesa dell’ambiente. I sostenitori del primo obiettivo vorrebbero elaborare un nuovo piano urbanistico, a sostituzione di quello vigente – pur con varie modifiche – dal 1989, e accusano il piano paesaggistico regionale del 2006 di aver posto delle restrizioni eccessive a nuove costruzioni o riqualificazioni edilizie.

Cosa prevede la legislazione regionale succitata?

La legge urbanistica del 1989 fu concepita per il coordinamento tra Regione ed enti locali nella gestione delle risorse territoriali, con l’obiettivo di salvaguardarle e valorizzarle. Il Piano Paesaggistico Regionale (PPR) è lo strumento per realizzare tale scopo. La Regione stabilisce i vincoli urbanistici e i criteri per determinare quali aree debbano essere tutelate e quali in cui sono consentiti insediamenti di vario tipo. In particolare, si prevede la tutela dei “ terreni costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea della battigia”, “le spiagge, i compendi sabbiosi, i lidi in genere e le immediate adiacenze funzionalmente connesse alla tutela del bene principale” (art.10bis, 1989). Sono consentite delle deroghe per comuni costieri contigui al mare e in caso di preesistenti insediamenti alberghieri, per cui è consentita la ristrutturazione e l’aumento delle volumetrie vincolate alle attività del settore, nella misura non superiore al 25% delle dimensioni iniziali. Nel 2004, con la legge regionale 8, detta “salvacoste”, furono estese le misure di salvaguardia (art.3) per i territori costieri sino a “2.000 metri dalla linea di battigia marina”.

Nel 2006 fu varato il PPR come “quadro di riferimento e di coordinamento per gli atti di programmazione e di pianificazione regionale, provinciale e locale e per lo sviluppo sostenibile” (art.1.3). Le finalità che intende perseguire (art.2.1) sono quelle di “preservare, tutelare, valorizzare e tramandare alle generazioni future l’identità ambientale, storica, culturale e insediativa del territorio sardo”, “proteggere e tutelare il paesaggio culturale e naturale e la relativa biodiversità”; “assicurare la salvaguardia del territorio e promuoverne forme di sviluppo sostenibile, al fine di conservarne e migliorarne le qualità”. Tra i suoi principi (art.3) sono indicati “la conservazione e sviluppo del patrimonio naturale e culturale; l’alleggerimento della eccessiva pressione urbanistica (…), le politiche settoriali nel rispetto della conservazione della diversità biologica (…), la gestione e recupero degli ecosistemi marini; la conservazione e gestione di paesaggi di interesse culturale, storico, estetico ed ecologico; una più adeguata compatibilità delle misure di sviluppo che incidano sul paesaggio; il recupero di paesaggi degradati da attività umane”. Per tutelare le coste (art.12.2) si prevede la inedificabilità per “i terreni costieri compresi in una fascia di profondità di 300 metri dalla linea di battigia anche se elevati sul mare e per le isole minori nei 150 metri” in quanto “sottoposti a vincolo di integrale conservazione”. Inoltre, si introduce la categoria di “bene identitario” (art.6.5) comprendente “quelle categorie di immobili, aree e/o valori immateriali, che consentono il riconoscimento del senso di appartenenza delle comunità locali alla specificità della cultura sarda”. La fascia costiera è “considerata risorsa strategica fondamentale per lo sviluppo sostenibile del territorio sardo”; nelle coste “la preminenza dei valori ambientali è esposta a fattori di rischio che possono compromettere l’equilibrio dei rapporti tra habitat naturale e presenza antropica” (art.19.1).

Insomma, specialmente durante la Giunta Soru, si è affermato il principio per cui sia giusto porre dei limiti a delle nuove costruzioni, specie sulle coste, al fine di salvaguardare il paesaggio e tutelare dei siti di particolare interesse. Lo stesso Soru si dimise, nel dicembre 2008, in quanto parte della sua maggioranza consiliare votò contro un emendamento da lui proposto alla legge urbanistica riguardante le zone interne.

Perché la politica “urbanistica” in Sardegna è così centrale? Inoltre, esiste veramente evidenza della tesi per cui le costruzioni di nuovi alberghi nelle coste sarebbero indispensabili per migliorare la situazione del turismo sui litorali sardi? Cosa ci può dire la scienza economica su questo tema?

Contesto socioeconomico sardo e scelte di politica del turismo costiero

Leggendo l’ultimo rapporto Crenos possiamo notare alcune caratteristiche del contesto economico regionale. Le imprese sarde nel settore alloggio e ristorazione sono l’8,8% del totale, rispetto al 7,5% di Centro-Nord e Sud; inoltre, nella produzione di valore aggiunto, il settore edile incide più in Sardegna (5,7%) che nelle altre aree dello Stato (4,5% Centro-Nord, 5,3% Sud). Lo stesso vale anche per il livello di investimenti: circa un terzo (33,8%) degli investimenti fissi lordi totali in Sardegna riguarda attività immobiliari contro una media italiana del 27,9%. Possiamo completare il quadro notando quanto siano bassi gli investimenti in ricerca e sviluppo, estremamente ridotta la quota di laureati e particolarmente elevato il tasso di abbandono scolastico in rapporto alla media italiana ed europea. Un settore edile relativamente forte e una forza lavoro poco qualificata, probabilmente, hanno indotto buona parte della classe politica a credere che quella del cemento fosse una delle poche leve a propria disposizione per aumentare l’occupazione e la crescita economica. Tuttavia, il pericolo è quello di un “circolo vizioso” per cui si continua a rafforzare un contesto socioeconomico ostile allo sviluppo dei settori più avanzati e ripiegato alla creazione di posti di lavoro scarsamente qualificati e con salari bassi.

Altro rischio in un contesto così condizionato potrebbe essere l’avvio di costruzioni sulle coste per ragioni di breve periodo, senza tener conto dello sviluppo sostenibile del turismo a lungo termine e ponendo in secondo piano la preservazione del paesaggio. La letteratura economica indica nella “tourism carrying capacity” (Università Egeo 2002, Navarro Jurado, Ionela, Fernandez Morales 2013) lo strumento per perseguire il turismo sostenibile. Per esso si intende il numero massimo di persone che può visitare un luogo senza lederne l’ambiente fisico-ecologico (livello accettabile per la biodiversità e uso accettabile delle risorse naturali), politico-economico (livello di specializzazione economica nel settore turistico), socio-culturale (conseguenze su cultura, stile di vita, identità della società locale ospitante). Le aree costiere sono legate al turismo di massa e a costruzioni su ampia scala sul continente, e a quelle di piccola-media scala nelle isole. Vi è una relazione causale diretta tra attrattività turistica e qualità ambientale e inversa tra numero di turisti e qualità ambientale (Ouattara, Perez-Barahona, Strobl 2018); ciò significa che l’ambiente è un input addizionale per i servizi turistici, dato che i turisti sono attratti anche dalle caratteristiche delle destinazioni. Tuttavia, più sono i turisti e più l’ambiente verrà compromesso tanto che esso non potrà più fornire servizi futuri.

Abbiamo una forte evidenza di quanto la distruzione di qualità ambientale possa colpire il turismo influenzando la disponibilità a pagare dei turisti e di come un’espansione eccessiva del turismo costiero possa danneggiarne il contesto sociale e ambientale. Tra gli altri, possiamo guardare ai risultati di due ricerche sulle coste iberiche. Da uno studio sulla Costa Brava (Roca, Villares, Ortego 2009) sono emerse preferenze diverse tra residenti-fruitori catalani e i visitatori forestieri. I primi sono più sensibili alla preservazione dell’ambiente naturale mentre i secondi si ritengono soddisfatti innanzitutto in un ambiente non sovraffollato. Uno studio sulla Costa del Sol (Navarro Jurado, Ionela, Fernandez Morales 2013) in Andalusia, ha analizzato la pressione turistica dalla fine degli anni ’90 in poi, alimentata specialmente dal boom edilizio protrattosi sino alla crisi economica del 2007. Terminata la speculazione, la costa si è ritrovata con un’offerta spropositata e troppe case per turisti. La conclusione dei ricercatori è che più che una strategia di politica del turismo vi sia stata una pianificazione urbanistica che ha portato alla trasformazione del paesaggio costiero e un’alta dipendenza dal settore immobiliare, tanto che è emersa una chiara contrapposizione fra i benefici economici e la qualità della vita per i residenti.

Riguardo la Sardegna, uno studio di questo tipo fu compiuto da Rinaldo Brau (2008) mediante l’uso di un questionario cui dei campioni di turisti furono sottoposti nei tre principali aeroporti dell’isola. La sua ricerca si collocava nel dibattito sullo sviluppo turistico di lungo periodo, al cui centro era posto il concetto di sostituibilità del consumo turistico rispetto ad usi alternativi del reddito disponibile, oltre che all’interno di diversi prodotti turistici. Il turismo è infatti inteso come un bene composito la cui attrattività dipende da come diverse caratteristiche sono tra loro bilanciate. Le preferenze dei turisti, entro un choice model, sono state differenziate tra livelli alti e bassi di accessibilità di attrazione turistica dall’esistenza di aree protette nella vicinanza di un albergo, dalla qualità di risorse naturali, dal sovraffollamento di destinazioni turistiche e dalla disponibilità di servizi ricreativi. Agli ospiti oggetto del questionario fu chiesta la loro disponibilità a pagare in base a differenti livelli delle variabili di cui sopra. Nelle loro scelte emerse la grande importanza attribuita alla conservazione ambientale delle destinazioni costiere e del rischio di sovraffollamento (temono di non poter aver accesso garantito alla spiaggia), tanto che una garanzia di esse può compensare un mancato alloggio in prossimità del mare. Il limite all’offerta (di ricettività) potrebbe incentivare le politiche per la domanda. Una politica del turismo costiero sostenibile fondata sulla domanda potrebbe compensare gli effetti negativi di un’offerta ricettiva necessariamente ridotta; i turisti hanno mostrato di essere disponibili ad accettare di non alloggiare sulle coste purché possano evitare sovraffollamento e godere di un ambiente non compromesso.

Considerazioni finali

In Sardegna più che una seria strategia per il turismo sembra esserci stata una strategia per il cemento, non una politica turistica sostenibile ma una politica edilizia. La prima dovrebbe essere a lungo termine e quindi tenere conto degli effetti negativi che potrebbe avere la distruzione dell’ambiente naturale sul turismo, a fronte di qualche beneficio nel breve periodo (come quei 70 posti di lavoro che secondo l’assessore Sanna si verrebbero a creare o, in generale, per i profitti delle aziende immobiliari) che offre una politica meramente edilizia. Non si pensa tanto a conoscere ciò che i turisti e i residenti desiderano ma a soddisfare determinati interessi a breve termine, senza porsi il problema di compromettere un ambiente la cui preservazione è fonte di domanda.

La preservazione delle coste potrebbe essere un vantaggio da spendere per aumentare la domanda, un punto di forza rispetto ad altre destinazioni mediterranee come altre isole (Corsica, Malta) o aree costiere (come la Costa Brava in Catalogna) che hanno profondamente modificato il paesaggio oltre che privatizzato (costa ligure o romagnola). La Sardegna potrebbe offrire un qualcosa che altri non hanno, anziché copiare dei modelli di aree con consolidata specializzazione e la cui nicchia di mercato è già occupata.


Deliberazione regionale 17/21 1 aprile 2020: https://delibere.regione.sardegna.it/protected/50202/0/def/ref/DBR50201/

Legge regionale 22 dicembre 1989, n.45: http://www.sardegnaterritorio.it/documenti/6_477_20190228093314.pdf

Legge regionale 25 novembre 2004, n.8: http://www.regione.sardegna.it/j/v/80?v=2&t=1&c=72&s=1538

Piano Paesaggistico Regionale 2006: https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_73_20060908134455.pdf

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/11/coronavirus-la-sardegna-in-piena-emergenza-covid-da-il-via-libera-alla-cementificazione-della-costa-poi-la-giunta-fa-marcia-indietro/5767667/

https://www.lanuovasardegna.it/sassari/cronaca/2019/08/24/news/l-assessore-regionale-sanna-basta-seconde-case-punto-su-identita-e-qualita-1.17871126

Brau Rinaldo, “Demand-driven sustainable tourism? A choice modelling analysis”  in Tourism Economics, vol.14, 2008, pp.691–708

Navarro Jurado Enrique, Damian Mihaela Ionela, Fernandez-Morales Antonio,“Carrying capacity model applied in coastal destinations” in Annals of Tourism Research , Vol.43, Elsevier 2013, pp.1-19

Ouattara Bazoumana, Perez-Barahona Agustin, Strobl Eric, “Dynamic implications of tourism and environmental quality” in Journal of Public Economic Theory, Vol.21, Wiley 2014, pp.241-264

Roca Elisabet, Villares Miriam, Ortego M.I, “Assessing public perceptions on beach quality according to beach users’ profile: A case study in the Costa Brava (Spain)” in Tourism Management Vol.30, Elsevier 2009, pp.598–

607Coccossis, Harry, et al. “DEFINING, MEASURING AND EVALUATING CARRYING CAPACITY IN EUROPEAN TOURISM DESTINATIONS”, University of the Aegean, Department of Environmental Studies, 2002.

Per info o suggerimenti scrivici su redazione@arrexini.it
oppure lasciaci un commento

Arrexini2

Lascia un commento