Chi ci dice a cosa pensare? La teoria dell’Agenda setting

Chi ci dice a cosa pensare? La teoria dell’Agenda setting


Ai giorni nostri, la politica passa attraverso una moltitudine di canali, digitali o analogici: ogni elettore, quindi, ha la possibilità di informarsi nel modo che preferisce. Nonostante l’esistenza dei social media, le idee e i progetti che i politici intendono comunicare devono tuttora passare per i mass media. Le interviste, l’articolo di un giornale o una conferenza stampa rimangono la congiunzione tra elettori ed eletti, tra politicanti e ammiratori.

In questo modo, l’informazione politica passerà tra più mani prima di arrivare agli utenti finali, risultando modellata secondo le idee del giornalista, i dettami del direttore e le richieste dell’editore.

Ma può essere la stampa a decidere cosa la gente debba pensare di un politico? 

Può la stampa decidere un’elezione?

Come affermò Bernard Cohen nel 1963, “la stampa può nella maggior parte dei casi non essere capace di suggerire alle persone cosa pensare, ma essa ha un potere sorprendente nel suggerire ai propri lettori intorno a cosa pensare”.

La teoria dell’agenda setting

Dalla parole di Cohen nacque la teoria dell’agenda setting, secondo la quale si suppone che “i mass media abbiano poca influenza sulla direzione o sull’intensità delle opinioni, si ipotizza però che i mass media stabiliscano l’agenda di ogni campagna politica, influenzando l’importanza delle opinioni verso le questioni politiche” (McCombs and Shaw, 1972).

L’agenda politica è l’insieme di questioni che, in un dato momento, sono oggetto del processo decisionale e del dibattito all’interno di un dato sistema politico.

Secondo la teoria dell’agenda setting, quindi, i mass media sarebbero in grado di influenzare, tramite la propria discrezionalità,e l’importanza che gli utenti attribuiscono ad un certo argomento. Le tematiche di interesse nazionale sono quelle che vengono fronteggiate dai governi e quindi saranno all’interno dell’agenda politica. Queste tematiche avranno un certo risalto o meno a discrezione dei mass media, che ne modificheranno la salienza agli occhi degli elettori/utenti.
L’utilizzo di tale prerogativa è potenzialmente il potere più pericoloso dei mezzi di informazione, soprattutto se questo potere viene usato per sopprimere informazioni.

Infatti, se un utente non vede alcuna notizia su una determinata tematica, sarà portato a pensare che niente di importante è accaduto su quel frangente e quindi non c’è alcun bisogno di preoccuparsene, anche se nel frattempo qualcosa di saliente è in realtà accaduto.

Un comportamento di questo tipo porta quindi ad una continua sottostima di certe tematiche e di converso ad una sovrastima dell’importanza di altre tematiche sulle quali i media si focalizzano. 

Nei media odierni, la tendenza più comune è appunto quella di dedicare più tempo ad alcune questioni a scapito di altre, senza però che questo implichi la soppressione dell’informazione. Così facendo, la manipolazione è meno forte ma crea comunque un ordine di priorità all’interno dell’agenda politica. 

Ci sono molti motivi che spingono i media a indirizzare l’agenda politica, come ad esempio la massimizzazione degli utenti. Il problema maggiore si verifica quando queste motivazioni sono meramente politiche e sfociano in comportamenti atti a favorire una compagine politica piuttosto che un’altra.
Prendiamo un caso esemplificativo: la Mediaset in Italia ha il potere di decidere cosa le persone possono guardare in televisione nei propri telegiornali, potere che si presume sia stato utilizzato spesso dal proprietario per screditare indirettamente i suoi antagonisti politici. Quando il centrosinistra è stato al governo, infatti, i telegiornali Mediaset hanno dato più spazio alle notizie di cronaca nera rispetto a quelli della RAI.

I cittadini tendono a pensare che una determinata problematica sia gestita meglio da un preciso partito politico, e i media sfruttano tale tendenza. Nel caso della Mediaset, attribuendo maggior peso alle notizie di cronaca nera, con il fine preciso di rimarcare che il centrosinistra al governo non fosse in grado di gestire la problematica. 

Questo discorso vale tanto per i partiti di destra quanto per quelli di sinistra. Ad esempio i cittadini statunitensi, in media, credono che i Democratici siano più bravi nelle questioni riguardanti welfare o diritti civili, e giudicano i Repubblicani più competenti per quanto riguarda la difesa. 

L’esperimento di McCombs e Shaw del 1972

La prima volta che venne usata l’espressione “agenda setting” fu nel 1972, nell’ambito di una ricerca di McCombs e Shaw. Gli autori analizzarono la forza di agenda setting dei mass media durante le elezioni presidenziali statunitensi del 1968. Per 24 giorni, utilizzando un campione di 100 elettori di Chapel Hill politicamente non schierati, McCombs e Shaw osservarono quali fossero le tematiche ritenute più rilevanti secondo il campione in vista delle elezioni. Inoltre, tramite una content analysis, esaminarono gli argomenti trattati dai media che servivano l’area di Chapel Hill.

I risultati dello studio misero in evidenza una relazione tra l’importanza attribuita dagli elettori a alcuni temi in campagna elettorale e il rilievo dato dai media nella trattazione degli stessi. Lo stesso studio, inoltre, rilevò che gli elettori prestavano lo stesso livello di attenzione per le notizie riguardanti qualsiasi candidato politico, indipendentemente da chi fosse poi il preferito.

Ma questo succede ancora?

In Italia, oltre ai già citati problemi con la cronaca nera nei telegiornali Mediaset, abbiamo ancora esempi di agenda setting?
Secondo un’indagine della Fondazione Unipolis Censis Sicurezza sul periodo 2007-2017, nei principali telegiornali nazionali le informazioni ansiogene si attestano al 20% e la metà di esse riguardano la criminalità. 

Tutto questo spazio dedicato alla criminalità ha portato ad una sempre crescente percezione della criminalità stessa. Come mostra la stessa indagine, circa l’80% degli italiani pensa che la criminalità sia aumentata rispetto agli ultimi 5 anni. Secondo un’indagine ISTAT,il 34% degli italiani ritiene di vivere in una zona abbastanza a rischio: dato impressionante, questo, se consideriamo che 10 anni prima la stessa percentuale era al 22%. Ora, qualcuno potrebbe pensare che questi numeri sarebbero giustificati da un aumento della criminalità. Ma la realtà è che l’Italia è uno dei posti più sicuri al mondo e in Europa; in più il tasso di omicidi in Italia del 2017 è appena un quarto di quello del 1990. Non solo: dando un’occhiata ai dati dell’ISTAT sui delitti, si può notare come questi negli ultimi 10 anni siano i in costante discesa.
A questo punto, non possiamo evitare di credere che esistano forze capaci di farci pensare più assiduamente ad un tema specifico, e che ci riescano in modo molto semplice: mettendoci quel tema di fronte e nascondendone un altro. Un esempio lampante di tema ‘nascosto’, al quale pochissimo spazio è riservato da stampa e televisione e di cui neanche noi di Arrexini² abbiamo mai parlato, è il cambiamento climatico, una delle maggiori criticità a livello globale che determinerà il nostro futuro nei prossimi anni.

Cosa cambia con la nuova comunicazione digitale? 

L’evoluzione frenetica di Internet e dei social network sta sconvolgendo il modo in cui le persone si informano, dando la possibilità a chiunque di scegliere quanto e come approfondire le notizie. Non solo, l’evoluzione interessa anche il modo di comunicare dei politici: questi non sono più costretti a far affidamento soltanto sui mass media per parlare ai propri elettori, perché possono usare direttamente i social media, saltando quel processo che vedeva la notizia presa in mano da più persone prima di essere pubblicata.

Il vantaggio della gestione dell’agenda rischia così di cadere nelle mani di chi ha una struttura di comunicazione capillare all’interno dei social media. Spostare lo scettro di chi decide cosa è importante nelle mani delle persone che hanno più follower e conoscenze di marketing digitale significa concedergli il controllo dell’andamento dell’informazione, privando i flussi informativi degli opportuni controlli e verifiche delle fonti tipicamente attuati da mass media.

Tutto questo però ha anche un lato positivo, permette infatti ai politici di disporre di più canali di comunicazione indebolendo così l’egemonia dei mass media sull’agenda politica.




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Riferimenti
https://www.sciencedirect.com/topics/social-sciences/political-agenda
PARTISAN BIAS IN ECONOMIC NEWS:EVIDENCE ON THE AGENDA-SETTING BEHAVIOR OF U.S. NEWSPAPERS – Valentino Larcinese Riccardo Puglisi James M. Snyder, Jr. NBER Working Paper 2007 
The Agenda-Setting Function of Mass Media – Maxwell E. McCombs and Donald L. Shaw The Public Opinion Quarterly 1972

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